Seguire Irene Grandi fin dagli esordi, significa aver assistito alla crescita di un’artista che non ha mai smesso di cercare, cambiare, rischiare.
La prima intervista gliela feci nel 1994, era da poco uscito il suo primo album che conteneva Fuori e Bum Bum, la canzone scritta da Jovanotti.
Si percepiva perfettamente che avrebbe fatto molta strada, a Napoli la chiamano “cazzimma“, io la chiamo caparbietà, tenacia e voglia di stupire.
E oggi, con Oro E Rosa (il nuovo album uscito il 14 Novembre su etichetta Cose Da Grandi), quella ricerca e quella tenacia, sembrano aver trovato un nuovo punto luminoso, uno spazio sospeso in cui la sua maturità artistica si intreccia con una vulnerabilità rara.
In questi anni ho avuto la fortuna di vederla spesso dal vivo, in contesti diversi: dai palchi dei grandi tour ai concerti più raccolti, fino ai momenti in cui, quasi disarmata, si metteva al servizio dei capolavori del blues.
In quel contesto Irene rivela qualcosa di profondo, la sua voce non interpreta soltanto, ascolta l’anima delle canzoni che interpreta.
E in quello scambio, tra lei e la musica, succede sempre qualcosa di speciale.
Dopo cinque anni dall’ultimo lavoro di inediti, Irene Grandi arriva a questo album attraverso un percorso ricchissimo: il viaggio nelle radici con Io In Blues, la celebrazione dei trent’anni di carriera con Fiera Di Me, l’avventura internazionale nel musical The Witches Seed accanto a Stewart Copeland.
Tutto questo non è solo “esperienza”: è terreno fertile, preparazione a un nuovo parto creativo.
L’immagine che dà il titolo all’album mi ha colpito subito, perché l’oro e il rosa non sono colori casuali.
Sono i colori dell’aurora e del tramonto, quei momenti in cui la luce si trasforma e costringe chi guarda a trasformarsi con lei, a fermarsi per un attimo a riflettere.
È un’immagine che sento molto vicina alla Irene che ho conosciuto sul palco: capace di attraversare un’emozione e di restituirla nell’istante in cui cambia forma.
Le undici tracce del disco sembrano nate proprio da quel punto di passaggio: amori trovati e perduti, equilibri fragili, quella continua ricerca di un centro che tutti, in un modo o nell’altro, inseguiamo.
Tra le parole che Irene dedica all’album ce n’è una che credo lo racconti meglio di tutte:
“Siamo come una ghianda nel buio della terra, pronta a germogliare“.
È un’immagine che parla di coraggio: il coraggio di lasciare andare il passato per fidarsi del futuro, anche quando la luce è appena un accenno.
Questa è un’immagine che, conoscendola, le appartiene profondamente.
Irene Grandi non ha mai avuto paura di ripartire da zero, di rimescolare le carte, di entrare nel buio con la voce come unica torcia.
Da ascoltatore di lunga data, in Oro e Rosa ritrovo sia la sua storia, sia il suo desiderio di aprire nuove porte:
c’è il pop che l’ha resa riconoscibile, c’è il blues delle sue origini (e delle serate in cui mi è sembrata più libera che mai), ci sono bagliori elettro-pop anni ’80 e quella inevitabile anima rock che resta, sempre, la sua miccia.
Il featuring con Carmen Consoli in Colorado, unisce due sensibilità che non si sfiorano spesso, ma quando succede si illuminano a vicenda.
E Fiera Di Me, con la supervisione ritmica di Stewart Copeland, è una delle conferme di quanto Irene abbia saputo costruire ponti fuori dai confini italiani.
Il disco è anche il risultato di un lavoro corale con autori storici e nuove firme, da Francesco Bianconi a Mario Amato, e poi Carlo Alberto Togni, Daniele Coro, Martina Vinci, Luca Floridi, Niccolò Dainelli e molti altri.
Tutti hanno contribuito a creare un racconto che è sì personale, ma aperto, poroso, in dialogo continuo.
La produzione artistica è di Pio Stefanini e di Irene stessa, insieme ad Alessandro De Rosa, con ulteriori coproduzioni che aggiungono sfumature differenti a un album nato come un caleidoscopio.
I singoli Fiera Di Me, Universo, Favole e Oro E Rosa hanno già tracciato il percorso, ma l’album intero mostra il disegno completo: un viaggio fatto di luci che cambiano, di frontiere emotive attraversate senza mai perdersi davvero.
Per chi, come me, la segue dagli esordi, questo disco non è semplicemente un ritorno: è l’occasione di ritrovare un’artista che continua a crescere con la stessa onestà con cui, dal vivo, si è sempre posta davanti al pubblico.