Il 25 Settembre 1976 Larry Mullen Jr. aveva quattordici anni e cercava musicisti. Su quel foglio scrisse un annuncio che poi affisse alla bacheca della Mount Temple Comprehensive School, nel nord di Dublino.
“Drummer seeks musicians to form band”.
Poche parole, apparentemente niente di più di uno dei tanti tentativi con cui un ragazzo può cercare qualcuno con cui condividere la propria passione.
Quel piccolo annuncio, però, avrebbe cambiato la vita di quattro ragazzi e, qualche anno più tardi, anche quella di milioni di persone.
Cinquant’anni dopo, il 25 Settembre 2026, gli U2 sono tornati proprio lì, nella scuola dalla quale tutto era partito.
Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. hanno suonato davanti agli studenti e al personale della Mount Temple, riportando per qualche ora la band nel luogo in cui aveva cominciato a prendere forma.
Non è stato l’unico appuntamento della giornata. Più tardi gli U2 sono comparsi sul balcone di Bewley’s, su Grafton Street, davanti alla folla che si era raccolta nel cuore di Dublino.
Due concerti a sorpresa per festeggiare cinquant’anni di storia.
E forse proprio così andava celebrato questo anniversario: tornando a casa.
Dai Feedback agli U2
Quando tutto cominciò non esistevano ancora gli U2. C’erano dei ragazzi che provavano a mettere insieme una band e che avrebbero attraversato diversi nomi prima di arrivare a quello definitivo: Feedback, poi The Hype e infine U2.
Il primo concerto arrivò nel 1978. Nel 1980 uscì Boy, il primo album, e da quel momento la storia prese una direzione diversa.
October, War, The Unforgettable Fire, The Joshua Tree: disco dopo disco, gli U2 costruirono una propria identità, cambiando anche il modo in cui venivano percepiti.
La crescita fu rapida.
Da una band irlandese con una forte anima post-punk a una formazione capace di riempire gli stadi, senza però perdere completamente quella tensione che apparteneva agli inizi.
È anche questo uno degli aspetti più interessanti della loro storia: gli U2 non hanno mai avuto un rapporto statico con la propria musica.
Ogni fase ha portato qualcosa di diverso, anche quando il pubblico avrebbe potuto accontentarsi di ritrovare ciò che già conosceva.
The Joshua Tree trasformò definitivamente la dimensione della band, ma fu soprattutto il rapporto con il palcoscenico a raccontare quanto gli U2 fossero diventati qualcosa di più di un gruppo da ascoltare.
Il concerto come laboratorio
Guardando oggi alla loro carriera, il percorso dei tour è quasi una storia parallela.
All’inizio c’erano quattro musicisti e un palco. Poi arrivarono gli schermi, le immagini, la tecnologia, le provocazioni e quella voglia di trasformare lo spazio del concerto in qualcosa che non fosse soltanto il luogo nel quale eseguire le canzoni.
Con lo Zoo TV Tour gli U2 portarono dentro il rock la televisione, la comunicazione, il bombardamento delle immagini e delle informazioni.
Il palco diventò un ambiente nel quale musica e spettacolo procedevano insieme.
Con PopMart la dimensione aumentò ancora, fino a diventare volutamente enorme e quasi surreale.
Poi arrivò il 360° Tour, con quella gigantesca struttura centrale che modificava completamente la relazione tra band e pubblico.
Non più un palco tradizionale posto davanti alle persone, ma una costruzione che permetteva agli spettatori di circondare i musicisti.
Gli U2 hanno continuato a cambiare il proprio modo di stare sul palco anche negli anni successivi.
L’iNNOCENCE + eXPERIENCE Tour ha giocato con schermi, immagini e spazi differenti all’interno dell’arena, mentre l’esperienza allo Sphere di Las Vegas ha portato la componente visiva e immersiva a un livello diverso.
Non è soltanto una questione di spettacolo, gli U2 hanno spesso utilizzato il tour come un laboratorio nel quale sperimentare cosa potesse diventare un concerto rock nel momento storico in cui veniva realizzato.
La loro cronologia racconta bene la scala raggiunta da questo percorso: dallo Zoo TV del 1992-93 al 360° Tour, passando per PopMart, Vertigo, Elevation e i tour più recenti.
Un percorso arrivato fino allo Sphere, dove tra il 2023 e il 2024 hanno portato 40 spettacoli.
Il concerto, per loro, non è mai stato soltanto il posto dove suonare.
L’Italia, una storia nella storia
L’Italia è entrata presto nella loro storia.
Nel 1985, durante l’Unforgettable Fire Tour, arrivarono le prime date italiane, a Milano e Bologna.
Due anni più tardi, con il Joshua Tree Tour, arrivarono a Roma e Modena.
Milano, Verona, Roma, Napoli, Torino, Reggio Emilia hanno accompagnato le diverse stagioni della loro carriera.
Nel 1997 il PopMart Tour arrivò all’Aeroporto dell’Urbe di Roma e a Reggio Emilia. Quattro anni più tardi fu Torino ad accogliere l’Elevation Tour.
Poi tornarono per il Vertigo Tour del 2005 e tra il 2009 e il 2010 per il gigantesco 360° Tour, con con tappe a Milano, Torino e Roma.
Nel 2015 Torino tornò protagonista con due concerti dell’iNNOCENCE + eXPERIENCE Tour.
Due anni dopo la band tornò a Roma per il trentennale di The Joshua Tree, con due serate allo Stadio Olimpico.
A chiudere questa lunga parentesi italiana arrivarono, nel 2018, i quattro concerti al Forum di Assago per l’eXPERIENCE + iNNOCENCE Tour.
Quella di Roma del 2017 è anche una delle occasioni che ricordo in modo particolare.
Sul palco dell’Olimpico, ad aprire il concerto degli U2, c’erano Noel Gallagher’s High Flying Birds.
Era il Joshua Tree Tour, quello costruito intorno al trentennale dell’album del 1987, e quelle canzoni continuavano ad avere una forza enorme anche a distanza di tre decenni.
Ma per me quella giornata avrebbe avuto anche un significato diverso.
Insieme ad altri colleghi radiofonici ebbi la possibilità di incontrare Bono e The Edge nello spogliatoio della Roma.
L’ambiente era piuttosto buio e nessuno di noi, naturalmente, pensò di tirare fuori il cellulare per cercare una fotografia.
Eravamo lì per ascoltare, e soprattutto per rispettare un accordo di riservatezza.
Bono e The Edge ci presentarono alcune delle canzoni alle quali stavano lavorando, brani che sarebbero poi confluiti in Songs of Experience.
Ascoltare in anticipo quella musica aveva qualcosa di particolare, ma ancora più particolare era sapere che non avremmo potuto raccontare praticamente nulla per un bel po’.
Nessuna fotografia, quindi. Ma forse non serve. Alcuni incontri restano nella memoria proprio perché non hanno bisogno di essere documentati.
La cosa curiosa è che, poche ore dopo, quel futuro era già davanti a decine di migliaia di persone.
Durante il concerto del 15 Luglio 2017, infatti, la band inserì The Little Things That Give You Away, una delle nuove canzoni che sarebbero poi apparse sull’album pubblicato a Dicembre.
È uno di quei ricordi che, a distanza di anni, assumono un significato diverso.
Allora era semplicemente un incontro professionale particolare, con la responsabilità di non rivelare ciò che avevamo ascoltato.
Oggi, ripensandoci, fa parte della storia di una band che cinquant’anni dopo continua ancora a presentare canzoni nuove prima che il pubblico sappia davvero dove la porteranno.
Cinquant’anni dopo
È questo forse l’aspetto più interessante del cinquantenario degli U2.
Non tanto la quantità di dischi, concerti, stadi o Paesi attraversati, quanto il fatto che la storia non sembri ancora definitivamente chiusa.
Il 24 Settembre è arrivato Silencio, secondo brano estratto da Carnaval De Luz, il sedicesimo album in studio della band e il primo disco di materiale inedito dopo nove anni.
L’album sarà pubblicato il 13 Novembre e comprende dodici brani, con collaborazioni che coinvolgono, tra gli altri, Brian Eno, Daniel Lanois, Martin Garrix e Dolly Parton.
Silencio è arrivata proprio nella settimana del cinquantesimo anniversario e gli U2 l’hanno portata anche sul palco delle loro celebrazioni di Dublino.
È un dettaglio che dice qualcosa del loro modo di guardare avanti.
Mentre celebrano mezzo secolo di storia, non hanno scelto di vivere soltanto di memoria. Hanno messo una canzone nuova dentro una giornata dedicata al passato.
E poi c’è il futuro, da tempo circolano aspettative e indiscrezioni su un nuovo tour, ma per ora non c’è ancora un annuncio ufficiale.
Meglio quindi lasciare che sia la band a decidere quando e come aprire quella porta.
Dopo tutto, gli U2 ci hanno abituato ad aspettare.
Aspettare un disco, una canzone, un palco, una nuova idea.
E adesso, cinquant’anni dopo quel foglio scritto da Larry Mullen Jr. sulla bacheca di una scuola di Dublino, la cosa più significativa forse è proprio questa:
quattro ragazzi che si erano incontrati per provare a mettere insieme una band sono ancora insieme, stanno ancora registrando musica e continuano a cercare un modo per portarla alle persone.
Il 25 Settembre sono tornati alla Mount Temple, nella loro scuola. Per farlo non hanno avuto bisogno di una grande scenografia, né di giganteschi schermi o di una struttura monumentale.
C’erano una scuola, una strada di Dublino, quattro musicisti e una nuova canzone.
Per raccontare cinquant’anni di U2, può bastare tornare al punto da cui tutto era cominciato.
Per gli amanti della band irlandese c’è anche un feticcio da ricercare, la zecca del loro paese gli ha dedicato una moneta celebrativa da 2 Euro davvero bella.