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1976, l’anno in cui la musica cambiava faccia: Stevie Wonder e le Songs In The Key Of Life

Il 1976 aveva qualcosa di particolare. La musica non stava semplicemente andando avanti: stava prendendo strade diverse, spesso molto lontane tra loro.

Alcuni artisti cercavano nuovi suoni, altri stavano mettendo in discussione quelli che avevano accompagnato gli anni precedenti.

Il rock cambiava pelle, il punk era pronto a rompere gli equilibri, il funk e la disco music conquistavano nuovi spazi, il reggae usciva dai propri confini e il jazz entrava sempre più spesso dentro il linguaggio del pop e del cantautorato.

In quell’anno David Bowie pubblicava Station to Station, un disco sospeso tra rock, funk, elettronica e una dimensione ancora difficile da definire. I Ramones arrivavano con il loro primo album e in poco più di mezz’ora mettevano sul tavolo un’idea di rock completamente diversa, essenziale e senza fronzoli.

Joni Mitchell con Hejira portava la propria scrittura verso territori attraversati dal jazz, mentre Bob Marley & The Wailers, con Rastaman Vibration, contribuivano a trasformare il reggae in una musica capace di parlare a un pubblico sempre più ampio.

E poi, quasi alla fine dell’anno, sarebbero arrivati anche gli Eagles con Hotel California.

Non erano dischi che si somigliavano. Anzi, in alcuni casi sembravano appartenere a mondi inconciliabili. Eppure, ascoltandoli oggi, raccontano tutti la stessa cosa: la musica popolare stava cambiando faccia.

Il 1976 aveva ancora un’altra storia da cominciare.

Il 25 Settembre, a Dublino, il quattordicenne Larry Mullen Jr. mise sulla bacheca della Mount Temple Comprehensive School un annuncio per cercare musicisti.

Da quell’incontro sarebbe nata la band che qualche anno dopo sarebbe diventata gli U2. La loro storia, insomma, cominciava proprio mentre una parte della musica che conoscevamo stava cambiando direzione.

Tre giorni dopo, il 28 Settembre 1976, arrivava nei negozi Songs In The Key Of Life di Stevie Wonder.

La coincidenza è quasi cinematografica: mentre quattro ragazzi irlandesi stavano muovendo i primi passi verso una storia che ancora non conoscevano, Stevie Wonder aveva già alle spalle una delle sequenze creative più importanti della sua carriera.

Music Of My Mind, Talking Book, Innervisions e Fulfillingness’ First Finale avevano raccontato la trasformazione di un artista che non si accontentava più di essere una delle grandi voci della Motown.

Wonder aveva progressivamente conquistato uno spazio creativo sempre più personale, fino ad arrivare a un punto nel quale poteva decidere autonomamente forma, suoni e direzione delle proprie opere.

Con Songs In The Key Of Life scelse di non restringere quel campo, lo allargò.

Il risultato fu un doppio album accompagnato da un ulteriore 7″, A Something’s Extra. Ventuno brani complessivi, una quantità di musica che già sulla carta lasciava intuire l’ambizione del progetto. Ma il numero delle canzoni dice poco di quello che succede davvero quando si mette il disco sul piatto.

La prima cosa che colpisce al primo ascolto, è che Stevie Wonder non sembra avere nessuna intenzione di scegliere una sola strada.

C’è il funk di I Wish, con quella capacità quasi disarmante di trasformare i ricordi dell’infanzia in ritmo e melodia. C’è la celebrazione di Sir Duke, nata per rendere omaggio a Duke Ellington e a ciò che la sua musica aveva significato per Wonder.

Poi Isn’t She Lovely, legata alla nascita della figlia Aisha e costruita intorno a una felicità privata che riesce a diventare immediatamente universale.

Ma accanto a queste canzoni ci sono anche Village Ghetto Land, Pastime Paradise, Black Man e Have A Talk With God.

Stevie Wonder parla di amore e famiglia, ma anche di razzismo, povertà, fede, memoria, identità e responsabilità. Passa dall’intimità alla dimensione sociale senza che una cancelli l’altra.

Ed è probabilmente qui che Songs In The Key Of Life trova la propria particolarità.

Nel 1976 molti musicisti stavano cercando di capire dove sarebbe andata la musica. Lui sembrava invece chiedersi quante cose potessero stare dentro una stessa musica.

Soul, funk, jazz, pop, gospel, elettronica: non sono compartimenti separati, ma materiali da utilizzare per costruire qualcosa che abbia prima di tutto una propria identità.

Eppure non è un disco che mette la tecnica davanti alle canzoni.

Gli arrangiamenti sono ricchi, i musicisti coinvolti sono numerosi, la produzione è complessa e il lavoro in studio fu lungo.

Ma quando arriva Sir Duke, quello che rimane non è il modo in cui è stata costruita: è la voglia di muoversi che mette addosso. Ascoltando I Wish, non pensiamo a quanto sia elaborato l’arrangiamento: ci ritroviamo dentro un ricordo d’infanzia.

Forse è questo il motivo per cui cinquant’anni dopo continuiamo a parlarne.

Songs In The Key Of Life è profondamente legato al 1976, ma non è rimasto prigioniero di quell’anno. Le sue canzoni hanno continuato a viaggiare, a essere campionate, reinterpretate, utilizzate da musicisti arrivati molto tempo dopo.

Alcune sono entrate nella memoria collettiva quasi indipendentemente dall’album dal quale provenivano.

E il titolo, riascoltato oggi, sembra quasi una dichiarazione programmatica: Songs In The Key Of Life.

Canzoni nella tonalità della vita.

Dentro ci sono l’infanzia e l’età adulta, la gioia e la preoccupazione, l’amore e la solitudine, la fede e il dubbio, la festa e la realtà sociale. Non c’è un unico sentimento dominante e non c’è nemmeno la pretesa di dare una risposta a tutto.

Il 28 Settembre 1976 quel disco arrivava dopo una lunga lavorazione e dopo una stagione nella quale Stevie Wonder aveva già portato la propria musica molto lontano. Negli Stati Uniti debuttò direttamente al primo posto della classifica e rimase in vetta per quattordici settimane, diventando uno dei grandi successi della sua carriera.

Ma i numeri, oggi, raccontano soltanto una piccola parte della storia; l’altra parte è quella che si sente ancora quando parte la musica.

Ed è forse qui che il collegamento con quel 1976 diventa più interessante. Perché nello stesso periodo in cui Bowie cambiava direzione, i Ramones accorciavano il rock fino all’osso, Joni Mitchell apriva nuove porte al cantautorato, Marley portava il reggae verso un pubblico internazionale e a Dublino alcuni ragazzi stavano ancora cercando la propria voce, Stevie Wonder faceva una cosa apparentemente diversa.

Non cercava di scegliere quale sarebbe stato il futuro della musica. Provava a farci stare dentro tutto il presente.

A cinquant’anni di distanza, Songs In The Key Of Life continua a essere anche questo: il ritratto di un artista nel momento in cui aveva abbastanza libertà, esperienza e curiosità per non dover più scegliere tra una strada e l’altra.

Forse è per questo che il disco non sembra semplicemente un album da celebrare, sembra ancora un album da ascoltare.

E dentro quelle canzoni, cinquant’anni dopo, c’è ancora parecchia vita.

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