C’è qualcosa di profondamente cinematografico nel modo in cui Micah P. Hinson entra in scena all’Ex Cartiera Latina. Il luogo, già di per sé sospeso tra archeologia industriale e natura, sembra amplificare quella miscela di malinconia, polvere americana e confessione privata che da sempre attraversa la musica del songwriter texano. E davanti a lui, per la serata inaugurale di Su:ggestiva, c’è un pubblico numerosissimo, arrivato a riempire ogni spazio disponibile e a lasciarsi trascinare dentro un concerto che, più che essere semplicemente ascoltato, viene vissuto.
Accompagnato da Asso Stefana, Hinson costruisce un set essenziale ma tutt’altro che dimesso, nel quale chitarra, voce e silenzi diventano gli elementi di una narrazione capace di cambiare continuamente intensità. Il suo alt-folk, sospeso tra country, rock e tradizione americana, conserva quella ruvidità che lo ha trasformato negli anni in una figura di culto, ma dal vivo acquista una dimensione ancora più fisica e diretta.
Ma è soprattutto il rapporto con la platea a sorprendere. Hinson non si limita a proporre le proprie canzoni: dialoga, scherza, cerca una complicità immediata e riesce a trasformare la distanza tra palco e pubblico in qualcosa di quasi impercettibile. La sua capacità di coinvolgimento nasce proprio da questa alternanza tra l’intimità delle canzoni e una presenza scenica sorprendentemente comunicativa.
La serata conferma così una delle intuizioni alla base di Su:ggestiva: mettere la musica in relazione con luoghi capaci di modificarne la percezione. All’Ex Cartiera Latina la voce di Hinson e le chitarre di Stefana trovano uno spazio ideale, mentre il pubblico, numerosissimo e partecipe, diventa progressivamente parte integrante dello spettacolo. Non un semplice concerto di folk d’autore, dunque, ma un incontro ravvicinato con un artista che, dopo anni di strada e di ferite trasformate in canzoni, continua a sapere esattamente come ammaliare una platea intera e portarla delicatamente all’interno della propria storia.