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Dal caos alla geometria: i Pestilence ridisegnano il loro culto sul palco del Traffic

Il ritorno dei Pestilence al Traffic ha l’aspetto di un rito che si rinnova senza perdere un grammo della propria potenza originaria. Una sala gremita accoglie la formazione olandese con un trasporto che non si vede spesso, e non solo per la statura storica del gruppo: è la promessa — poi mantenuta — di una scaletta sapientemente sospesa tra gli esordi più feroci e le ambizioni musicali che resero la band un unicum nell’evoluzione del death metal europeo. È un equilibrio sottile, quello che i Pestilence hanno scelto di intessere in questa data romana, una sorta di ponte sonoro che avvicina generazioni diverse e ricuce, senza nostalgia, le due anime fondamentali della loro storia.

La serata, come da tradizione per gli appuntamenti più attesi della scena estrema capitolina, si apre con un trittico di band italiane che scaldano l’atmosfera con personalità molto differenti tra loro. I primi a salire sul palco sono i Gravestone, veterani dell’underground romano e fautori di un death metal diretto e senza fronzoli. Loro giocano in casa, e si sente: l’energia sprigionata già dalle prime battute è un abbraccio ruvido ma accogliente, che mette subito il pubblico in condizione di prepararsi a una serata impegnativa sul piano fisico e sonoro.

A seguire, cambia completamente la tinta emotiva con i Jumpscare, provenienti dalla Campania e portatori di un approccio melodico, più moderno nella costruzione armonica e attento alle vibrazioni del death metal contemporaneo. Il contrasto è netto, ma funziona: la band trasforma la sala in un flusso continuo di intrecci melodici e accelerazioni controllate che vanno a pescare nell’immaginario scandinavo, riuscendo però a mantenere un’impronta personale. Le loro linee vocali, serrate e ben scandite, formano un contrappeso efficace ai passaggi più atmosferici, creando un equilibrio che sorprende e conquista diversi spettatori, molti dei quali non li avevano mai ascoltati prima.

Il momento più atteso — tra le band di apertura — arriva però con gli Exiled On Earth. Venticinque anni di attività sulle spalle non passano inosservati, soprattutto quando si sale sul palco con la consapevolezza di chi ha affinato negli anni un linguaggio estremamente tecnico, a metà strada tra l’iper-razionalità dei Death era ‘Human’, la visionarietà dei Cynic e la complessità ritmica dei Coroner. Il loro set è un concentrato di geometrie intricate, sincopi e soluzioni inaspettate: non c’è un brano che scorra in maniera prevedibile, e il pubblico più attento — quello che riconosce certi riferimenti storici — risponde con entusiasmo crescente ad una prova così meticolosa e, allo stesso tempo, così sanguigna.

Questo rende il terreno ideale per i protagonisti assoluti della serata. Quando i Pestilence fanno il loro ingresso, il Traffic vibra come un’unica massa in attesa del primo colpo. Il quartetto mostra fin da subito una coesione impeccabile: la resa dei suoni è pulita, incisiva, con una sezione ritmica che martella con precisione chirurgica senza rinunciare a quel sottile strato di “sporco” che è parte integrante del death metal dei primi anni ’90. È proprio questa la particolarità del concerto: una prova quadrata, solida, in cui ogni passaggio è eseguito con disciplina quasi rigorosa, ma nella quale non viene sacrificato il carattere viscerale che caratterizzava i loro inizi.

La scaletta è costruita come un pendolo che oscilla tra furia primordiale e complessità strutturale. Da una parte, i brani di ‘Consuming Impulse’: veri manifesti della brutalità degli albori, capaci ancora oggi di scatenare un “panico esaltato” tra i presenti, con circle pit spontanei che esplodono in più punti della sala. Dall’altra, gli estratti dal più intricato ‘Testimony of the Ancients’, album che segnò la loro prima svolta verso un progressive-death articolato e visionario. L’avvicendarsi di pezzi appartenenti a questi due dischi crea un flusso emotivo oscillante, che non concede tregua ma invita all’ascolto attento: si passa da riff basilari e cattivi a passaggi più difformi, pieni di modulazioni impreviste e intrecci sonori che obbligano l’ascoltatore a cambiare continuamente prospettiva.

Al centro di tutto c’è Patrick Mameli, in forma smagliante. La sua presenza scenica non ha nulla di autoritario o distaccato: al contrario, appare quasi “paterna”. Si rivolge spesso al pubblico, con un’attenzione particolare per i più giovani, consigliando, sorridendo, ricordando che la musica estrema è anche disciplina, dedizione e desiderio di superare i propri limiti. È un ruolo che gli riesce naturale, forse perché Mameli, oggi, sembra consapevole di essere diventato un mentore involontario per chi si avvicina al death metal di matrice più tecnica.

Prima e dopo il live, il pubblico si accalca al banchetto del merchandise, che riserva una sorpresa rara: CD e magliette a 10 euro, cifra quasi “popolare” per gli standard odierni. Una scelta apprezzata da molti, un gesto che restituisce un senso di vicinanza, di accessibilità, come a voler dire che la musica — anche quella più radicale — non dovrebbe essere un lusso per pochi.

La parte finale del concerto ribadisce ciò che i Pestilence sono oggi: una band che non vive di ricordi ma che neanche rinnega la propria genealogia. Ogni brano diventa la tessera di un mosaico in cui passato e presente dialogano senza conflitto. Il pubblico esce dal locale con la sensazione di aver partecipato a qualcosa di unico: non solo una celebrazione, ma una rinnovata dichiarazione d’intenti.

Il Traffic, per una notte, si è trasformato in un altare dedicato a una forma d’arte estrema ma rigorosa, feroce ma consapevole. 

I Pestilence, ancora una volta, ne sono stati officianti e custodi.

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