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Total Reverends al Monk: Il sacro rito del rock condito di graffiante ironia

Domenica sera il Monk di Roma si è trasformato in una piccola cattedrale laica. Salgono sul palco i Total Reverends, duo “ecclesiastico” composto da Francesco  Forni (voce e chitarra) e Piero  Monterisi (batteria), vestiti in tuniche talari, occhiali da sole e una giocosa serietà che rasenta il mistico. È uno spettacolo con la forza di un rito, ma senza chierichetti: un rock/blues infuocato condito di gospel, cantautorato e l’ardore di chi ha qualcosa da confessare.

Forni e Monterisi non salgono sul palco, lo presidiano, come sacerdoti di un culto laico che celebra la musica come confessione e salvezza. Le luci sui toni caldi e le pareti intime del Monk contribuiscono a rendere il tutto più spirituale, ma non per questo distaccato. 

Piuttosto l’atmosfera è quella di una grande festa tra amici, e tanti sono infatti i volti che si avvicendano per unirsi al duo in questa calda notte rock. Da Gabriele Lazzarotti e Matteo Pezzolet al basso, a Ramon Caraballo Armas con la sua tromba, passando per Daniele De Gregori, Roberto Procaccini e Sebastiano Forte. Carica di grinta anche la componente femminile, Chiara Calderale e Daphne Nisi ai cori, a cui si aggiunge un’esplosiva e conturbante Violante Placido.

La scaletta, basata in gran parte sull’ omonimo album di debutto uscito il 10 ottobre, è un viaggio emotivo attraverso dieci brani ora ruggenti, ora delicati. Le chitarre di Forni alternano riff potenti a momenti sospesi, quasi meditativi, mentre la batteria di Monterisi pulsa come il cuore di una congregazione che batte il ritmo del proprio peccato e della propria redenzione. Il suono è grezzo quando serve, ma mai egocentrico: ogni nota sembra evocare una confessione, un atto di vulnerabilità messo in musica.

La voce di Forni è la voce del peccatore e del salvatore al tempo stesso: intima, magnetica, carica di tensione spirituale. Nelle intro ai vari brani la sua parlata acquista un accento dai toni anglofoni, ed ironicamente veste i panni di un pastore del rock and roll americano. Il duo riesce a fondere con naturalezza l’energia rock con l’introspezione del cantautorato. Nei momenti più gospel, quando la sezione ritmica si fa insistente e le melodie sembrano elevarsi, il pubblico trattiene il respiro come fosse parte di un coro sacro.

I Total Reverends parlano di alienazione, ipocrisia, lotta interiore, relazioni impossibili. È tutto in inglese, ma la lingua non allontana, anzi sembra amplificare l’universalità del messaggio: il peccato, l’amore, la redenzione sono temi che non conoscono confini. Nei momenti più intensi, le parole di Forni sembrano pulsare come preghiere rock, rivelando demoni interiori e fragilità nascoste.

Uno dei punti più alti arriva quando il ritmo accelera e il blues si fa quasi abrasivo: sono quei frammenti in cui la chitarra brucia, la batteria incalza, e la sala vibra per una potenza quasi rituale. Ci sono anche momenti più “soft”, ballads che sembrano sospese tra confessione e invocazione, in cui Forni si avvicina al pubblico, come un predicatore che abbassa il tono per sussurrare verità intime.

I Total Reverends l’altra sera hanno dimostrato che il rock può essere espressione di spiritualità senza scadere mai nel banale, che il blues può infiammarsi senza diventare retorica, e che la musica d’autore può essere potente come un sermone. Il concerto al Monk è stato non solo il lancio di un progetto e di un nuovo album, ma anche la fondazione di un culto sonoro, dove il peccato, la redenzione e la passione trovano un linguaggio elettrico e viscerale.

In un panorama in cui molti debuttanti cercano scorciatoie, i Total Reverends  creano un altare per la vera musica rock — ed invitano il pubblico a cadere in ginocchio con loro.

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