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“E tutta questa infinita rabbia”: Intervista a Riccardo Scirè

L’adolescenza, con le sue inquietudini, le amicizie complicate e il bisogno di trovare il proprio posto nel mondo, è al centro di “E tutta questa infinita rabbia”, il romanzo di Riccardo Scirè pubblicato da Fernandel Editore. Nato da un progetto sviluppato nell’arco di vent’anni, il libro racconta il passaggio all’età adulta attraverso le vicende di un gruppo di ragazzi nella Milano degli anni precedenti alla diffusione dei social network.

La musica occupa un ruolo fondamentale nella storia, tanto da uscire dalle pagine del romanzo e diventare una vera colonna sonora, disponibile sulle piattaforme digitali dall’11 settembre 2026. I brani delle Cause Perse e dei Perfetti Sconosciuti, le due band protagoniste della vicenda, accompagnano il racconto dando voce ai conflitti, alle amicizie e alle difficoltà dei personaggi.

Riccardo Scirè approfondisce i temi del romanzo, dal rapporto tra adolescenti e adulti alla ricerca di un’identità, soffermandosi sul significato della rabbia, sul valore delle amicizie e sulla capacità della musica di esprimere ciò che spesso non si riesce a dire a parole.

“E tutta questa infinita rabbia” racconta ragazzi cresciuti prima che i social diventassero centrali nella vita quotidiana. Cosa può trovare di sé un adolescente del 2026 in questa storia?

Ciò che accomuna tutte le adolescenze sono i sentimenti assoluti: tutto ciò che vivi ti sembra eterno, definitivo. Da qui deriva quell’«infinita rabbia» del titolo. Prima dei social probabilmente avevamo molto più tempo per annoiarci, e questo ci spingeva a reagire, in qualche modo: fondare una band, suonare in locali scalcagnati davanti a poche persone, prenderci i no dei discografici di persona. Gli adolescenti di oggi troveranno nel libro le stesse sensazioni che vivono ogni giorno: alienazione, incomprensione, solitudine, amori non corrisposti, amicizie che si sfaldano. La rabbia ha solo cambiato piattaforma, non sostanza. Magari qualcuno prenderà esempio dai protagonisti e incanalerà tutto il suo rancore in qualcosa che possa rimanere: suonare, scrivere, dipingere.

Amicizia, appartenenza, paura del futuro e bisogno di essere visti attraversano tutto il romanzo. Quale di questi temi senti ancora più vicino al presente?


In misura diversa, tutti. La mia età adulta è caratterizzata da amicizie più legate al mondo del lavoro: ho formato i legami più solidi con le persone con cui passo le giornate mentre scriviamo canzoni; l’appartenenza, soprattutto dopo i social, è più uno status che altro, basato sulle metriche e sui like, cose su cui però ho sempre cercato di non soffermarmi granché; la paura del futuro si riversa più su mia figlia che su me stesso: che mondo le lasceremo? Dove possiamo intervenire per rendere il suo futuro il posto migliore possibile? Nel libro gli adulti non sono mostri: sono genitori senza gli strumenti per capire i figli, o senza la voglia di procurarseli. Ora l’adulto sono io, e quegli strumenti cerco di procurarmeli.

Alex, Matt e gli altri cercano spesso di fare rumore, con una band, un graffito, una lite o una canzone. Ma cosa stanno cercando davvero?

Sia i ragazzi che suonano (Alex, Matt) sia il writer (il Mezzo), come tutte le altre voci che si alternano nel libro, sono alla ricerca di sé stessi, della possibilità di sentirsi liberi e non giudicati, di un posto che faccia da alternativa alla scuola e a una famiglia opprimente. Cercano qualcuno che risponda al loro grido d’aiuto, che lo ascolti e lo capisca. E che magari lo accolga e lo condivida. Alla radice c’è la sensazione di non essere visti: il bersaglio cambia, il motore resta lo stesso. Il Mezzo, dopo una lite con un professore, una mattina si alza prima dei genitori e si rasa a zero: è il suo modo di dire «ora guardate oltre l’apparenza». 

Le tre parti del romanzo si chiamano “Anatomia dell’adolescenza”, “Geografia del rancore” e “Grammatica dell’apatia”. Da dove nascono questi titoli?

Trovavo necessario dividere il libro in tre blocchi, ciascuno caratterizzato da un diverso movimento dei personaggi: all’inizio fanno i conti con la rabbia generazionale, poi cercano di trasformarla in qualcosa di creativo e costruttivo, finché la cosa non gli si ritorce contro. Visto il contesto scolastico e il titolo originale del libro («Educazione alla rabbia»), mi gasava l’idea di chiamare le sezioni come materie: prima l’anatomia, il corpo, il sentire fisicamente le cose; poi la geografia, perché il rancore ha bisogno di un luogo, in questo caso Milano, che diventa quasi un personaggio con la sua indifferenza; infine la grammatica, perché l’apatia è la rabbia che ha imparato le regole del gioco.

Nonostante tutto quello che succede tra Alex e Matt, la musica continua a riportarli sullo stesso terreno. È l’unico posto in cui riescono ancora a capirsi?


La musica è l’unico posto in cui non devono spiegarsi. A parole fanno danni, a gesti anche, come chiunque a quell’età. Alex e Matt si riconoscono prima ancora di conoscersi: stessa tribù, stessa lingua, il punk. Poi arriva un discografico a chiedere di essere più vendibili, e reagiscono in modo diametralmente opposto. Nessuno dei due ha del tutto torto o ragione. Ma la musica resta il terreno neutrale su cui possono riconciliarsi, e quel terreno esiste davvero: le canzoni delle Cause Perse fanno parte della colonna sonora originale del libro, che si trova ovunque (da Spotify ad Amazon) e racconta in parallelo la loro unione e la loro disgregazione. Una band è un ottimo modo per volersi bene senza doverselo dire.

Quando il lettore arriva all’ultima pagina, quale sensazione vorresti gli rimanesse?


Quella che mi hanno raccontato alcuni lettori: rivivere la propria adolescenza attraverso altri occhi, esperienze diverse, magari diametralmente opposte, ma affini. Vorrei che provassero la sensazione di aver perso qualcosa ed essere comunque contenti di esserci stati. E, perché no, una gran voglia di chiamare qualcuno che non sentono da vent’anni. Se invece qualcuno dovesse chiudere il libro incazzato, va bene lo stesso: chi non è incazzato è distratto.

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