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Intervista a Gioacchino Fittipaldi

Sentirsi estranei alla propria quotidianità, continuare a seguire abitudini e percorsi che a un certo punto sembrano non appartenerci più. È da questa condizione che prende forma “Platone”, il nuovo singolo di Gioacchino Fittipaldi, disponibile sulle piattaforme digitali e in rotazione radiofonica dal 4 settembre. Il brano racconta un conflitto che si consuma soprattutto nella mente, tra pensieri 

Nell’intervista per 100Decibel, Gioacchino Fittipaldi approfondisce i temi al centro di “Platone”, dalla sensazione di vivere dentro una «gabbia invisibile» al ruolo della figura femminile presente nel racconto. Spazio anche alla costruzione musicale del brano, che parte da un arrangiamento più trattenuto per aprirsi progressivamente nel ritornello, accompagnando un testo che nel finale lascia emergere il desiderio di tornare a sentirsi vivi.

“Platone” racconta un uomo che arriva a sentirsi estraneo alla propria vita. Da quale esigenza nasce questo brano?

Nasce dall’esigenza viscerale di fermarsi e guardarsi da fuori in un momento di totale disconnessione. Capita a tutti, prima o poi, di svegliarsi una mattina e sentire che i vestiti che indossiamo, le routine che ripetiamo e persino le scelte che facciamo non ci appartengono più del tutto. “Platone” è nata per dare voce e forma a quel senso di alienazione: il bisogno di ammettere a sé stessi che ci si è persi, prima ancora di provare a riprendersi.

Nel testo la mente diventa quasi un antagonista, una presenza contro cui combattere. Quanto ti interessava raccontare questo conflitto interiore?

Moltissimo, perché spesso il nemico più ostinato non è all’esterno, ma dentro la nostra testa. Volevo raccontare quel rimuginare continuo, quei pensieri in loop che finiscono per paralizzarci o per distorcere la realtà. La mente, quando prende il sopravvento senza controllo, smette di essere uno strumento e diventa una prigione. Descrivere questo scontro interiore era fondamentale per mostrare quanto possa essere sfinente combattere contro le proprie ombre.

Hai definito “Platone” «la fotografia di una gabbia invisibile». Qual è, secondo te, il momento in cui ci si rende conto di essere entrati in quella gabbia?

È un momento sottile, quasi impercettibile. Non c’è un brutto colpo improvviso, ma piuttosto la somma di tanti piccoli automatismi quotidiani. Ci si rende conto di essere in quella gabbia quando la protezione della routine diventa anestesia: quando non provi più entusiasmo né vera rabbia, ma solo una costante apatia. È l’istante in cui realizzi che stai semplicemente “funzionando” invece di vivere.

Nel brano compare una figura femminile che osserva senza giudicare. Che ruolo ha all’interno della storia?

Rappresenta l’ancora con la realtà e con la parte più umana di sé. È una presenza fondamentale perché non cerca di “aggiustare” le cose con ricette facili o parole di circostanza; si limita ad esserci, ad accogliere quel dolore senza giudicarlo. A volte, quando ci si sente del tutto estranei a sé stessi, avere accanto qualcuno che ci guarda con occhi puliti è l’unico modo per ricordarci chi eravamo.

Anche l’arrangiamento attraversa diverse fasi, partendo in maniera trattenuta per poi aprirsi nel ritornello. Come avete costruito questa progressione?

L’idea era proprio quella di far rispecchiare nell’abito sonoro l’evoluzione emotiva del testo. La partenza è intima, asciutta, quasi soffocata, a simboleggiare la chiusura e la compressione del momento iniziale. L’apertura del ritornello e lo sviluppo dinamico successivo rappresentano invece l’esplosione di ciò che si teneva dentro: un grido di liberazione, il suono del respiro che finalmente riempie di nuovo i polmoni.

Nel finale emerge soprattutto il desiderio di tornare a sentirsi vivi. “Platone” lascia quindi aperta una possibilità di riscatto?

Assolutamente sì. Anche se il brano attraversa zone d’ombra molto dense, non vuole essere un inno alla resa. Riconoscere di essere in trappola è, paradossalmente, il primissimo passo per poter uscire. Il finale porta con sé quella fame di vita che si riaccende proprio quando pensavi di aver toccato il fondo. C’è sempre margine per un riscatto, finché si ha il coraggio di desiderarlo.

Cosa vorresti rimanesse all’ascoltatore dopo l’ultimo ritornello?

Vorrei che rimanesse un senso di sollievo e di vicinanza. Chi ascolta “Platone” vorrei che pensasse: “Non sono l’unico a sentirmi così”. Se dopo l’ultimo ritornello resta anche solo un pizzico di spinta in più per guardarsi dentro, mettere in discussione ciò che non fa più per noi e tornare a respirare davvero, allora il brano ha fatto esattamente il suo dovere.

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