Ci sono band che sembrano misurare il proprio percorso discografico con il calendario e altre che, invece, paiono abitare un tempo tutto loro, fatto di silenzi, ritorni e improvvise riapparizioni. I Klimt 1918 appartengono decisamente alla seconda categoria e per questo, assistere a un loro concerto significa anche attraversare una storia che non procede necessariamente per continuità, ma per stratificazioni, ricordi, deviazioni e nuove aperture. Al Monk, a Roma, il gruppo capitolino ha portato sul palco il suo nuovo album, ‘Amor’, pubblicato lo scorso 12 giugno, davanti a un pubblico piuttosto numeroso e soprattutto consapevole, formato in buona parte da gente che ha seguito negli anni l’evoluzione della band.
‘Amor’ aveva già avuto un momento di presentazione proprio nel giorno della sua uscita per Prophecy Records – lo scorso 12 giugno – nella Chiesa Valdese di via IV Novembre, sempre a Roma. In quell’occasione avevo incontrato e intervistato la band, prima dell’ascolto di alcuni brani del nuovo lavoro e di un breve set acustico. Al Monk la prospettiva cambia radicalmente: la dimensione raccolta lascia spazio a quella elettrica, il pubblico si fa parte integrante del concerto e i nuovi pezzi possono finalmente confrontarsi con il repertorio nella sua forma più compiuta.
La risposta della sala è immediata: non si tratta del semplice entusiasmo riservato a una formazione che torna a esibirsi nella propria città, ma della partecipazione di chi riconosce titoli, atmosfere e passaggi di una discografia costruita nell’arco di decenni. La band dei fratelli Marco e Paolo Soellner non ha mai avuto un rapporto convenzionale con il tempo: gli intervalli tra un album e l’altro hanno contribuito quasi a trasformare ogni pubblicazione in un evento, alimentando nel pubblico una memoria fatta tanto di canzoni quanto di attese.
E proprio questa memoria viene chiamata in causa nel corso del concerto.
I brani di ‘Amor’ occupano naturalmente una posizione centrale, ma non diventano una dichiarazione di rottura con ciò che è venuto prima. Al contrario, il nuovo materiale si offre in una versione forse più diretta rispetto alle innumerevoli stratificazioni di suono del disco; emergono al meglio le spigolosità della chitarra di Claudio Spagnuoli e soprattutto il basso di Davide Pesola. C’è un dialogo continuo tra le diverse anime della band, e ciò permette alla scaletta di assumere la forma di una sorta di mappa “sentimentale” in cui districarsi. Il passato non viene esibito come un trofeo, né utilizzato come semplice concessione ai fan di lunga data, ma riemerge poiché appartiene ancora al linguaggio dei Klimt.
Da ‘Just in Case We’ll Never Meet Again’ arrivano tre episodi particolarmente significativi: Ghost of a Tape Listener, Just an Interlude in Your Life e Skygazer. Sono canzoni che riportano in superficie una precisa stagione della formazione romana e che, inserite accanto al materiale più recente, consentono di percepire quanto sia articolato il percorso compiuto dalla band. Non c’è bisogno di sottolineare continuamente la distanza temporale: sono i pezzi stessi a stabilire connessioni, a suggerire continuità dove sulla carta sembrerebbero esserci fratture.
La stessa dinamica si ripete con tre brani da ‘Sentimentale Jugend’: Belvedere, Comandante e It Was to Be. Il pubblico li riconosce, li accompagna, ne scandisce le parole e soprattutto ne riconosce l’impronta emotiva. In un concerto dedicato a un disco appena uscito, il repertorio precedente non appare dunque come una parentesi nostalgica, ma come una parte viva dello spettacolo, capace di restituire alla nuova produzione una profondità ulteriore.
Quando arriva Snow of ’85, da ‘Dopoguerra’, la sensazione è quella di un’altra finestra che si apre sulla lunga vicenda dei Klimt. Ma il momento più sorprendente, per chi conosce la storia del gruppo, arriva con Pale Song, recuperata dal loro esordio ‘Undressed Momento’: Marco Soellner la introduce ricordandola come un brano «proveniente dal nostro primo e unico demo». È una frase che sembra quasi ridimensionare l’importanza di ciò che stava per accadere, ma che in realtà ne amplifica il significato. Quel brano appartiene infatti alle fondamenta stesse del progetto. Soellner ricorda inoltre come Pale Song fosse stata ispirata dalla lettura de ‘La Tana della Iena’ di Hassan Itab, libro che avrebbe avuto un ruolo determinante nell’inizio del suo interesse per la causa palestinese.
In quel momento il live smette per qualche minuto di essere soltanto una successione di canzoni e diventa memoria raccontata, offrendo un’ulteriore chiave di lettura e uno dei tratti più interessanti del concerto: Marco tende a mantenere un certo riserbo quasi austero, lasciando che siano soprattutto la musica e le atmosfere a parlare, ma ogni tanto rompe quella distanza con una battuta, un ricordo, una frase rivolta alla sala.
«Ogni decennio ritorniamo», scherza a un certo punto. Il pubblico raccoglie immediatamente l’ironia. È una battuta semplice, ma fotografa bene una caratteristica peculiare della band: la capacità di lasciare passare molto tempo tra un capitolo e l’altro senza che questo interrompa davvero il rapporto con chi li segue.
La stessa ironia accompagna il saluto finale. Soellner promette, giocando sulla cadenza dei loro ritorni, «ci vediamo nel 2037!». Una chiusura che fa sorridere e che sembra quasi condensare, in una sola battuta, la particolare traiettoria della band.
Al Monk, infatti, ‘Amor’ non viene presentato come un oggetto isolato. Le sue canzoni entrano in una narrazione molto più ampia, nella quale convivono l’esordio, le trasformazioni successive, i momenti più conosciuti della discografia e il presente. Il concerto funziona anche perché non cerca di cancellare le distanze fra queste epoche: le mette una accanto all’altra e lascia che sia il pubblico a riconoscere i fili che le uniscono.
Per una formazione con una storia così dilatata nel tempo, è probabilmente questa la dimensione più naturale. I Klimt 1918 non sembrano avere bisogno di dimostrare di essere ancora quelli di un determinato disco, né di prendere le distanze da ciò che sono stati. Possono permettersi di attraversare la propria scrittura senza trasformarla in un museo.
E il pubblico, sabato scorso, ha dimostrato di essere nuovamente pronto a seguirli.
La buona risposta della sala ha infatti un significato che va oltre la partecipazione numerica. Si percepisce un rapporto costruito negli anni, fatto di ascolti ripetuti, riconoscimento dei dettagli e disponibilità ad accogliere una nuova fase senza rinunciare alla memoria. È un pubblico che sa da dove arrivano i Klimt 1918 e che, proprio per questo, può ascoltare ‘Amor’ non come un nuovo punto di ripartenza, ma come un’altra tappa di una storia ancora aperta.
Forse è questo il senso più autentico del concerto al Monk. Una band che ha attraversato diverse stagioni della propria storia è tornata a casa e ha ritrovato una platea capace di ricordare. Tra brani nuovi e vecchi compagni di viaggio, tra il raccoglimento e l’energia del repertorio più recente – tra cui segnalo una versione di circa dieci minuti di ‘Eros’, a dir poco avvolgente, col contrappunto del sassofono a renderla ancora più sensuale – il passato non viene celebrato con nostalgia e il presente non pretende di cancellarlo.
Si fermano le lancette e il pendolo smette di oscillare, in piena coerenza con l’etica e l’estetica della band. La promessa scherzosa del 2037 resta sospesa, quasi una nuova unità di misura.
Perché i Klimt possono sparire per anni, cambiare pelle, tornare con un nuovo album e riprendere il filo proprio dove sembrava essersi spezzato. Ma quando finalmente tornano sul palco, scoprono che quel filo qualcuno lo ha sempre tenuto tra le proprie mani.