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Il ritorno di Micah P. Hinson sul palco del Monk

Live report di Fabio Babini
Foto di Sara Serra

C’è un istante, durante il concerto di Micah P. Hinson al Monk, in cui l’aria sembra fendersi. Lui si scosta appena dal microfono, abbassa la testa sotto il cappello a tesa larga e lascia cadere un «holy shit» come un sospiro involontario, seguito da una sequela di «fuckin’» di quelli che gli vengono naturali, come se facesse parte della sua punteggiatura emotiva. Ha un aspetto minuto e fragile, ma anche un carisma magnetico, una specie di sarcasmo gentile che si mescola con una durezza solo apparente. Eppure basta guardarlo negli occhi — nascosti appena dall’ombra del cappello e dietro a degli occhiali che sembrano presi in prestito da Elvis Costello — per percepire uno sguardo tagliente che non teme di mostrarsi vulnerabile.

La sua voce baritonale, profonda e densa, aggiunge un ulteriore strato di intensità alla serata: non è solo timbro, è un luogo emotivo in cui l’ascoltatore può entrare e restare. È una voce che accarezza e incide allo stesso tempo, capace di trasformare ogni frase in un piccolo confessionale. Questa vocalità, unita alla sua abilità nel rielaborare la tradizione alternative country con una sensibilità tutta personale, rende ogni brano familiare e nuovo insieme. E quando si lascia andare a quel fingerpicking nervoso e ipnotico sulla chitarra acustica, si ha l’impressione di assistere a un dialogo interiore più che a un’esecuzione tecnica.

Fin dai primi pezzi è evidente la padronanza assoluta del palco: Hinson parla, suona, racconta senza fronzoli, ma con un rispetto per il pubblico che rare volte si vede: ogni parola è offerta, non esibita. Si percepisce un’urgenza vera, corporea, nel voler condividere il nuovo materiale di ‘Tomorrow The Man’, un disco che lui stesso descrive come necessario, intenso fino alla brutalità con cui mette in pubblico ferite che ha tentato a lungo di nascondere. L’esecuzione quasi integrale dell’album, intercalata da una dozzina di brani da tutta la sua carriera, non appare mai come un dovere promozionale, ma il frutto di un rito di passaggio, un atto liberatorio.

Tra i momenti più potenti, una «Beneath the Rose» suonata con un equilibrio raro tra gratitudine e dolore, quasi una carezza data con le nocche. È un tuffo nella sua storia artistica, ma anche un ponte che aiuta a comprendere l’evoluzione che lo ha portato ad incidere un album splendido e sofferto come appunto ‘Tomorrow The Man’.

Non si può poi trascurare l’apporto del gruppo che lo accompagna. In particolare, Paolo Mongardi si rivela una presenza imprescindibile: alla batteria costruisce un universo ritmico elegante e stratificato, capace di passare da un drappeggio sottile a colpi pieni di energia senza mai risultare ingombrante. La sua precisione, unita a una sensibilità artigianale nel modellare il tempo, dona profondità e movimento all’intero concerto.

A metà serata, il cantautore texano decide di aprire una parentesi narrativa di quelle che restano. Con una miscela irresistibile di tragedia e ironia, racconta la storia della sua famiglia: «In Scozia abbiamo fallito, quindi siamo andati a New York; lì è andata male, allora ci siamo spostati in Tennessee, dove abbiamo fallito di nuovo; e alla fine siamo arrivati in Texas per… un altro fallimento». Le risate che seguono non cancellano la gravità del racconto, anzi la amplificano. Poi accenna al matrimonio finito, alle conseguenze affettive che porta ancora addosso come cicatrici fresche, ma anche la pacatezza della serenità ritrovata grazie alla nuova compagna, che tra l’altro sale sul palco per intonare con lui ‘Think Of Me’, uno dei brani estratti dal nuovo lavoro. Il pubblico ascolta in silenzio, con un rispetto quasi rituale.

C’è spazio anche per la gratitudine, quanto il buon Micah ringrazia Alessandro “Asso” Stefàna, multistrumentista che durante la serata danza tra chitarra, tastiere e banjo con una naturalezza quasi sospesa, intessendo trame musicali che sembrano fatte di luce. Stefàna accenna un sorriso pudico, mentre Hinson gli riconosce non solo il contributo musicale, ma anche un ruolo decisivo nel presentargli Taffaele Tiseo, il Maestro che ha curato arrangiamenti e orchestrazioni del nuovo album, donandogli una dimensione sinfonica che non soffoca, ma amplifica la sua poetica.

Il finale arriva in un rinnovato crescendo emotivo, ma altresì come una dissolvenza lenta. Hinson resta qualche istante sul palco, ringrazia alla sua maniera, lascia cadere un’ultima battuta sorniona e poi scompare dietro le quinte, mentre nella sala rimane un misto di stupore e quiete, prima dei bis a chiudere un concerto davvero riuscito.

Uscendo dal Monk, si ha la sensazione di aver assistito non solo a un live, ma a un incontro intimo tra pubblico e artista, che non offre consolazioni, ma mette nero su bianco pulsioni, disincanto, riscossa, finanche rassegnazione, perdita e riscatto. Una serata in cui la fragilità è diventata forza e il dolore, musica. Ed è per questo che Hinson lo si ama da subito: perché la sua voce, le sue storie, la sua ironia e le sue cicatrici non chiedono nulla — semplicemente ti trovano.

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