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“UNSAPIENS” di Leo Pesci

Nell’epoca dello streaming selvaggio e delle playlist che smembrano la coerenza degli album, imbattersi in un’opera come questa, pubblicata questo ottobre, è un atto di resistenza. 

È un disco che esige un ascolto sequenziale. Perché? … I momenti più importanti, quelli che ne definiscono il senso ultimo, non sono (solo) le canzoni, ma i tre snodi narrativi che legano l’intero progetto: “SENESE’S CODE”, “PE VIAGGIÁ” e la title track “UNSAPIENS”.

Questi brani, riduttivamente etichettabili come “skit”, sono il tessuto connettivo intellettuale dell’album. Non sono intermezzi, ma pilastri argomentativi che elevano una raccolta di eccellenti brani nu-soul a concept album filosofico.

Il primo pilastro, “SENESE’S CODE“, pone la questione dell’autenticità. L’album è interamente in napoletano, ma la produzione è palesemente internazionale, tra Londra e Napoli. Per prevenire qualsiasi critica superficiale sull’estetica o sull’uso “folkloristico” della lingua, l’artista inserisce un campione-manifesto di James Senese, che zittisce un intervistatore (Lello Arena) riportando tutto all’essenza: la musica. È una dichiarazione di poetica: non giudicate la forma, ascoltate la sostanza.

Stabilita l’autenticità, l’album affronta l’identità. “PE VIAGGIÁ” è il secondo pilastro. Attraverso un celebre monologo di Massimo Troisi, il brano decostruisce lo stereotipo del meridionale che emigra. Non è un “disperato” che fugge, ma un “viaggiatore”, un sognatore, un marinaio spinto dalla curiosità. Questo skit fornisce la chiave di lettura emotiva per brani come “TERRA SANTA”: si può rivendicare con rabbia l’orgoglio per la propria terra (quella di Siani) e, al contempo, sentire il bisogno di esplorare il mondo. Non c’è contraddizione, solo complessità.

Infine, il terzo e più importante pilastro: la title track. “UNSAPIENS” non è una canzone, è la tesi. Qui, il campionamento della voce dello scienziato Telmo Pievani sposta l’asse della critica dall’individuo alla specie.

Solo dopo aver ascoltato Pievani che ci definisce “specie riparatrice” ma potenzialmente suicida, capiamo il vero senso dell’album. L’ipocrisia di “6 VESTUTO A 8” (il “sei vestito da otto”), l’alienazione capitalista di “VA A FÁ Ó CAFÉ” e la precarietà de “L’ARTISTA IMPIEGATO” (costretto a “due o tre fatiche”) smettono di essere semplici critiche sociali. Diventano i sintomi di un fallimento antropologico più grande: il fallimento dell’Homo Sapiens, che agisce, appunto, da “Unsapiens”.

Questo album è un raro atto di fiducia intellettuale verso l’ascoltatore. Usa il campionamento non come gancio ritmico, ma come strumento filosofico, trasformando il groove in un veicolo per un pensiero critico profondo e stratificato.

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