Foto di Ludovico Pietrangeli
Ci sono concerti che sembrano inseguire l’urgenza, altri che scelgono deliberatamente di sottrarsi al rumore del presente. Patrick Watson appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Alla Casa del Jazz, in una Roma ancora stretta nella morsa dell’afa di fine luglio – mitigata soltanto da una brezza leggera che, con il calare del sole, ha finalmente reso più respirabile l’aria – il musicista canadese costruisce uno spettacolo che procede per sottrazione, fatto di sfumature, silenzi e improvvise accensioni emotive.
L’impressione è quella di assistere a un racconto più che a una semplice esibizione. Watson entra in scena senza enfasi, quasi con pudore, lasciando che siano le prime note a catturare immediatamente l’attenzione. L’apertura è un regalo per chi lo segue dagli esordi: alcuni dei brani più ispirati provenienti dai suoi primi, magnifici album riportano il pubblico dentro quell’universo sonoro che, negli anni Duemila, aveva fatto innamorare una nicchia di ascoltatori destinata poi ad allargarsi progressivamente.
La formazione scelta per questo tour è essenziale, ma sorprendentemente ricca nelle possibilità espressive. Accanto a pochi musicisti trovano spazio tre voci femminili, protagoniste di un lavoro raffinato di armonizzazione. All’inizio si alternano con discrezione, quasi a entrare e uscire dal tessuto musicale senza volerlo appesantire; con il passare dei minuti, però, il loro ruolo cresce fino a diventare determinante. Nei brani conclusivi si fondono in un unico coro, creando un contrappunto luminoso alla vocalità di Watson, capace come sempre di oscillare tra falsetto, sussurro e confessione. La sua timbrica rimane qualcosa di difficilmente classificabile: notturna, cangiante, sospesa fra fragilità e stupore infantile.
La scaletta alterna passato e presente, ma è il materiale tratto da ‘Uh Oh’ a occupare il centro della scena. L’ultimo lavoro del canadese rappresenta probabilmente il capitolo più accessibile della sua discografia: le architetture compositive risultano meno sghembe rispetto al passato, gli arrangiamenti cercano una maggiore immediatezza e l’elettronica assume un ruolo più evidente, accompagnata da suggestioni ritmiche che guardano persino a sonorità latine. In alcuni passaggi vocali è impossibile non cogliere richiami a Bon Iver o James Blake, artisti con cui condivide un dualismo fatto di ricerca sonora è una certa idea di vulnerabilità umana. È un disco inevitabilmente più accomodante, qualcuno direbbe persino più “paraculo”, ma sarebbe ingeneroso fermarsi a questa constatazione: la qualità della scrittura rimane comunque invidiabile e molte composizioni conservano quella capacità di insinuarsi lentamente nell’ascoltatore, senza mai cercare scorciatoie emotive.
La sorpresa più grande arriva però a metà concerto. Watson decide di reinterpretare uno dei brani che hanno contribuito a renderlo conosciuto ben oltre la sua produzione solista: ‘To Build a Home’, già nel catalogo della band che rivelò il suo talento, ovvero la Cinematic Orchestra. Bastano pochissime note perché una parte consistente della platea riconosca immediatamente il pezzo, accogliendolo con un entusiasmo spontaneo. Non stupisce: i Cinematic hanno sempre goduto di un seguito particolarmente fedele in Italia e questa composizione è ormai entrata nell’immaginario collettivo di un’intera generazione di ascoltatori dediti a quel fascino cinematico. L’esecuzione evita qualsiasi tentazione celebrativa e restituisce il brano nella sua essenza più intima, come se Watson volesse appropriarsene nuovamente, raccontandolo attraverso il tempo trascorso.
Tra i momenti di maggiore delicatezza spicca anche una versione raccolta di ‘Je te laisserai des mots’. Sul palco rimangono soltanto il musicista quebecchese al pianoforte e tale Elisabetta, violinista arrivata appositamente dalla Puglia per condividere questa esecuzione, presentata semplicemente con il suo nome proprio. Il dialogo tra piano e violino produce uno degli episodi più intensi dell’intera serata: poche note, pochissimi artifici e una melodia capace di fermare il tempo. È uno di quei momenti in cui il pubblico sceglie spontaneamente il silenzio, quasi intimorito dalla fragilità della musica che sta ascoltando.
Il vertice emotivo arriva tuttavia con ‘Here Comes the River’. Prima di iniziarla, Watson racconta alcuni ricordi della propria adolescenza a Montréal, definendo con autoironia quegli anni, in un italiano sorprendentemente comprensibile, “un completo disastro”. È una confessione semplice, pronunciata senza retorica, che rende ancora più potente il significato del brano. La canzone assume così il valore di una riconciliazione con il proprio passato, trasformando esperienze difficili in materia poetica. La sua interpretazione, intensa ma mai sopra le righe, trova nella risposta attentissima del pubblico romano il complemento ideale.
Quando ormai tutto sembra avviarsi verso una conclusione prevedibile, Watson sorprende ancora. Per l’ultimo saluto sceglie infatti un omaggio assolutamente inatteso: ‘Amara Terra Mia’ di Domenico Modugno! Prima di iniziare racconta che il brano è dedicato a Luigi, la persona che molti anni fa portò lui e i Cinematic Orchestra a esibirsi per la prima volta in Italia, durante un festival a Lecce. Il legame con la Puglia, evocato poco prima anche dalla presenza della violinista, trova così una naturale chiusura in una canzone che parla di appartenenza, nostalgia e ritorno. L’interpretazione è rispettosa, priva di qualsiasi ricerca dell’effetto, e proprio per questo riesce a emozionare profondamente una platea che probabilmente non si aspettava un simile finale.
Patrick Watson continua a essere un artista difficilmente incasellabile. Negli anni la sua musica si è fatta più accessibile, ha smussato alcuni degli angoli più spigolosi delle origini e ha accolto nuovi linguaggi, ma conserva un’identità fortissima, riconoscibile fin dal primo accordo. Alla Casa del Jazz non mette in scena uno spettacolo pensato per impressionare: preferisce creare uno spazio condiviso nel quale ogni brano possa respirare, affidandosi alla forza delle melodie e a un’interpretazione sempre autentica.
In un’estate dominata da produzioni sempre più spettacolari e da concerti concepiti come grandi eventi, la sua rimane un’idea quasi controcorrente di musica dal vivo. Scenografie e luci splendide ma senza eccessi, nessuna rincorsa all’effetto speciale: soltanto canzoni, musicisti capaci di ascoltarsi reciprocamente e un pubblico disposto a concedere attenzione. A volte è tutto ciò che serve perché una serata diventi qualcosa di più di un semplice concerto e si trasformi in un ricordo destinato a sedimentare lentamente, proprio come accade con le opere migliori di Patrick Watson.