Due band, una sola pelle: Fine Before You Came e Crash Of Rhinos emozionano il Monk.
Ci sono concerti che si limitano a intrattenere e altri che, invece, ricordano quanto una determinata scena musicale possa ancora rappresentare un luogo di appartenenza. La serata del Monk, che ha visto condividere il palco ai milanesi Fine Before You Came e agli inglesi Crash Of Rhinos, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è stato soltanto un incontro tra due gruppi accomunati da una precisa sensibilità artistica), ma la celebrazione di un linguaggio sonoro (posto all’incrocio putativo tra l’emo-core e il post-rock) che, a distanza di oltre trent’anni dalla sua nascita, continua a emozionare senza il minimo bisogno di inseguire nostalgie.
Fin dall’inizio emerge un dettaglio significativo. A sovvertire il tradizionale ordine della scaletta sono proprio i Fine Before You Came, che scelgono di esibirsi per primi come gesto di ospitalità verso gli amici britannici. Una decisione che racconta molto più di qualsiasi dichiarazione: tra le due formazioni esiste un legame autentico, costruito negli anni attraverso esperienze condivise, concerti e una comune visione della musica. Nessuna competizione, nessuna ricerca di protagonismo, soltanto il desiderio di accogliere chi arriva da lontano e lasciare che la serata si sviluppi come una vera festa tra compagni di viaggio.
L’esibizione della band italiana è un concentrato di intensità. Ogni brano sembra vivere sul filo di una tensione costante, senza mai concedersi alla retorica o all’enfasi gratuita. Le chitarre intrecciano linee melodiche che si rincorrono e si sfiorano, costruendo paesaggi sonori ampi e stratificati, mentre la sezione ritmica accompagna ogni cambiamento con naturalezza, sostenendo una dinamica capace di alternare esplosioni improvvise a momenti sospesi. È proprio questo continuo equilibrio tra delicatezza e impatto a rendere il loro repertorio così coinvolgente.
L’eredità dell’emocore degli anni Novanta è evidente, ma non viene mai riproposta come semplice esercizio stilistico. Piuttosto, rappresenta il punto di partenza per un linguaggio personale nel quale trovano spazio aperture post-rock, costruzioni atmosferiche e una ricerca melodica che amplia costantemente gli orizzonti delle composizioni. Le influenze si percepiscono senza diventare mai un limite: tutto confluisce in un’identità ormai perfettamente riconoscibile.
A colpire maggiormente è però l’interpretazione. Ogni parola pronunciata, sussurrata o urlata dalla voce di Jacopo Lietti sembra nascere da una necessità reale, quasi fisica. I testi, rigorosamente in italiano, mantengono quella dimensione profondamente intima che ha sempre caratterizzato la scrittura dei Fine Before You Came: racconti personali, frammenti di quotidianità, vulnerabilità esposte senza filtri. Sul palco queste confessioni smettono però di appartenere soltanto a chi le ha scritte. Diventano patrimonio collettivo.
Ed è proprio il pubblico del Monk a trasformare il concerto in qualcosa di ancora più intenso. Intere strofe vengono cantate all’unisono, con un trasporto che supera la semplice partecipazione. Ogni ritornello si trasforma in un enorme coro spontaneo, un urlo condiviso nel quale decine di esperienze individuali finiscono per fondersi in un’unica voce. Non c’è distanza tra palco e platea: esiste un dialogo continuo, alimentato da un’empatia costruita nel corso degli anni.
Non sorprende, allora, che il cantante ricordi più volte quanto Roma rappresenti una sorta di seconda casa per il gruppo. Il rapporto con la capitale è ormai consolidato, alimentato da una comunità che continua a seguire la band con una fedeltà rara. Si percepisce chiaramente come il locale di Via Mirri sia diventato una vera roccaforte, un luogo nel quale ogni ritorno assume il sapore di una rimpatriata tra vecchi amici piuttosto che quello di una semplice data in tour.
Quando arriva il momento dei Crash Of Rhinos, il livello emotivo della serata non accenna a diminuire. Gli albionici di Derby raccolgono idealmente il testimone e proseguono lungo lo stesso percorso, confermando quanto le affinità con i FBYC vadano ben oltre la semplice amicizia personale. Anche la loro proposta nasce dall’incrocio tra emocore e aperture post-rock, con una scrittura capace di alternare fragilità e potenza, esplosioni rumoriste e aperture melodiche che sembrano rincorrersi senza sosta, che portano alla mente le gesta di gente come Rites Of Springs o gli Embrace di Ian MacKaye, ma anche la sensibilità di band sublimi come Sunny Day Real Estate e Texas Is the Reason.
La loro cifra stilistica resta immediatamente riconoscibile: intrecci di chitarre che si sovrappongono con precisione quasi matematica, cambi di dinamica continui, voci che si alternano e si rincorrono fino a costruire un impasto emotivo denso e coinvolgente. Ogni crescendo viene preparato con pazienza, lasciando che siano le sfumature a guidare l’ascoltatore prima delle inevitabili deflagrazioni sonore. Anche nei passaggi più energici non viene mai meno il controllo, segno di una maturità artistica che rende ogni composizione perfettamente bilanciata.
L’impressione complessiva è quella di assistere a due concerti differenti ma complementari, due modi diversi di interpretare la stessa sensibilità musicale. Da una parte l’urgenza espressiva e la forza narrativa della lingua italiana, dall’altra una delle band più americane del Rego Unito, colta in una costruzione più corale e stratificata, capace di trasformare ogni brano in un lungo viaggio emotivo. Due identità distinte che finiscono per dialogare naturalmente, confermando la profonda sintonia che lega le due formazioni.
Alla fine della serata resta soprattutto una certezza. L’emo-core degli anni ’90 non appartiene a una stagione irripetibile né vive esclusivamente nel ricordo di chi l’ha attraversata, ma continua a respirare, a evolversi e a trovare nuove forme espressive, mantenendo intatta quella capacità di creare connessioni autentiche tra musicisti e pubblico. Il doppio appuntamento del Monk lo ha dimostrato con straordinaria chiarezza: quando sincerità, amicizia e passione si incontrano sullo stesso palco, il tempo smette di avere importanza e la musica torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere, ovvero uno spazio condiviso in cui riconoscersi.