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Invincible Fest: Weval e Modeselektor

Ci sono serate in cui Roma sembra voler imitare Berlino. Non ci riesce fino in fondo — per fortuna — ma ogni tanto ne intercetta la tensione elettrica, quella sensazione di periferia culturale trasformata in laboratorio sonoro. L’Hacienda, sabato notte, in occasione della terza serata dell’Invincible Fest, era esattamente questo: un hangar emotivo saturo di bassi, sudore e luci intermittenti, pronto ad accogliere due modi differenti di intendere la musica elettronica contemporanea. Da una parte i Weval, sofisticati architetti di groove obliqui e malinconie sintetiche; dall’altra i Modeselektor, veterani del caos controllato, capaci ancora oggi di trattare una dancefloor come un campo da demolire e ricostruire in tempo reale.

L’apertura affidata al duo olandese è stata una scelta perfetta. Harm Coolen e Merijn Scholte Albers non hanno cercato di “scaldare” il pubblico nel senso più convenzionale del termine: nessuna escalation prevedibile, nessun set costruito come una rampa verso il drop liberatorio. Piuttosto, hanno lavorato per immersione graduale, scolpendo un ambiente liquido fatto di pulsazioni profonde, texture vaporose e ritmiche elastiche. Il loro live si muoveva in equilibrio tra introspezione e movimento, con una naturalezza rara.

Dal vivo, i Weval sembrano collocarsi in quella zona di confine dove la post-house più emotiva incontra derive cinematiche e aperture trance mai nostalgiche. Le coordinate possono ricordare certe traiettorie di Caribou, soprattutto nella capacità di costruire pattern ipnotici senza sacrificare il lato umano della composizione, ma c’è anche un gusto narrativo molto personale, quasi da colonna sonora immaginaria per una metropoli notturna. I pattern respirano, si espandono lentamente; le linee di basso si insinuano senza fretta; le percussioni sembrano comparire e dissolversi come fari nella nebbia.

Il pubblico dell’Hacienda, inizialmente disperso tra chiacchiere e bicchieri, ha cominciato progressivamente a sincronizzarsi con il palco. Non era ancora il momento dell’abbandono fisico totale, ma quello della sospensione sì: teste che oscillano, sguardi fissi verso i visual, corpi che entrano nella frequenza comune della sala. Quando il duo ha lasciato spazio a code ambientali attraversate da kick profondissimi e melodie crepuscolari, il locale aveva già cambiato temperatura.

Poi, senza particolari cerimonie, sono arrivati i Modeselektor. E con loro è cambiata anche la geometria della notte.

Gernot Bronsert e Sebastian Szary continuano a possedere un talento quasi punk nel sabotare le aspettative. Molti artisti elettronici della loro generazione, col tempo, hanno raffinato il proprio linguaggio fino a renderlo elegante, persino museale. I Modeselektor invece conservano un’attitudine sporca, volutamente imprevedibile. Non cercano la perfezione del flusso: preferiscono l’impatto, la collisione, il cortocircuito. Il loro live all’Hacienda è stato esattamente questo — una lunga sequenza di strattoni ritmici, accelerazioni improvvise e deviazioni laterali che hanno trasformato la pista in un organismo instabile.

La parte più interessante della serata è stata probabilmente la decisione di pescare in modo consistente da ‘Happy Birthday!’, disco che nel 2007 aveva contribuito a ridefinire il loro immaginario: techno sghemba, electro slabbrata, hip-hop futuristico e ironia tossica compressi dentro tracce che ancora oggi suonano pericolosamente vive. Brani come ‘The White Flash’ o ‘Hasir’, riesplosi nei sub della sala, hanno dimostrato quanto quel materiale fosse avanti rispetto al proprio tempo. Non c’era alcun intento nostalgico nella scelta; piuttosto la volontà di riaffermare una grammatica sonora che continua a influenzare buona parte dell’elettronica contemporanea più irregolare.

Dal vivo il duo berlinese lavora per accumulo e detonazione. Ogni beat sembra arrivare leggermente fuori asse, ogni transizione evita accuratamente la soluzione più intuitiva. Eppure il risultato finale è irresistibilmente fisico. La folla rispondeva a ogni cambio di ritmo con una specie di euforia animalesca: mani alzate, spinte, urla improvvise, bicchieri che saltavano in aria quando i bassi diventavano particolarmente profondi.

L’impianto tra palco e audience ha fatto il resto: il suono era enorme ma leggibile, capace di mantenere dettaglio anche nei momenti più saturi, con le frequenze basse che colpivano lo stomaco senza impastare il resto dello spettro, mentre i le luci e lo schermo alle spalle del duo teutonico — tra glitch digitali, colori acidi, frammenti astratti — contribuivano a creare una sensazione da rave cyberpunk fuori dal tempo.

La forza dei Modeselektor sta soprattutto nella loro capacità di tenere insieme istinto e precisione. Dietro l’apparente anarchia del set c’era un controllo chirurgico delle dinamiche. Ogni pausa arrivava nel punto giusto, ogni improvvisa rarefazione serviva a preparare l’esplosione successiva. Quando rallentavano il battito per introdurre sezioni più dub o quasi industriali, il pubblico rimaneva sospeso per qualche secondo prima di essere travolto di nuovo da casse deformate e ritmiche spezzate.

C’è stato anche spazio per momenti più d’atmosfera, a calmare un attimo le acque. Con alcuni passaggi più melodici, immersi in synth caldi e linee vocali frammentate o campionate, che hanno ricordato quanto il progetto berlinese sia sempre stato molto più emotivo di quanto l’estetica abrasiva lasci intendere. Sotto il rumore, sotto la caricatura techno, continua a esistere una vena di malinconia sui generis.

Verso la fine del live, l’Hacienda sembrava completamente trasformata. Non più semplice club, ma luogo temporaneo di appartenenza collettiva. I Modeselektor hanno chiuso senza retorica, lasciando dietro di sé un brusio stordito e sorrisi esausti. Nessun finale epico costruito a tavolino, nessuna concessione sentimentalista: solo l’impressione di aver assistito a qualcosa di vivo, imperfetto e autenticamente fisico.

In un’epoca in cui molta elettronica sembra progettata per essere consumata in streaming o sezionata in clip da social network, serate come questa ricordano che certi artisti esistono davvero soltanto nello spazio condiviso della notte. I Weval hanno aperto un varco elegante e immersivo, mentre i Modeselektor ci hanno gettato dentro una scarica di elettricità grezza. Roma, per qualche ora, ha smesso di guardarsi allo specchio ed è diventata semplicemente una città che balla.

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