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Intervista a Dario Distasi

Esistono canzoni che non si limitano a suonare, ma tracciano una linea di confine. 

Per chi ha costruito la propria identità tra le distorsioni del grunge e l’impatto dell’alternative rock, l’idea di “ammainare la bandiera” suona quasi come un’eresia. Eppure, nel suo nuovo singolo “Where The Wind Blows”, Dario Distasi trasforma la resa nell’atto di ribellione più estremo e coraggioso possibile: quello verso le aspettative altrui.

In questa intervista esploriamo un brano che segna un punto di rottura, non solo tematico ma stilistico. Abbandonata la protezione dei muri di suono, ci troviamo di fronte a una scrittura “nuda”, cinematografica e senza tempo, nata tra le suggestioni di Manchester e la necessità di proteggere la propria integrità creativa.

Dall’indipendenza totale della produzione fino alla scelta di restare fedeli alla “sostanza” della musica in un’epoca che sembra averla smarrita, ecco il racconto di chi ha imparato che si può gridare la propria verità anche senza alzare la voce.

“Where The Wind Blows” parla di arrendersi per necessità di libertà. Nel rock l’arresa è spesso vista come una sconfitta: come hai trasformato questo “cedimento” in un atto di pura ribellione contro le aspettative altrui? 

In senso ideale, ho reso la resa un atto eroico. Chi non vede altro che energie da prosciugare in una personalità complicata, può rimanere senza armi di fronte ad una bandiera bianca.  Nel testo, mi riferisco in particolare a quando, sia l’ambito di riferimento un rapporto o il nostro ruolo nella società, non veniamo accettati e viene esercitata verso di noi forza per costringerci a diventare qualcun altro.

Hai dichiarato che questo pezzo rappresenta un allontanamento dal tuo solito stile di songwriting. Qual è stata la sfida più “sporca” o difficile nel confrontarti con sonorità più classiche e nude rispetto al tuo background chitarristico? 

Ci sono stati altri casi nei quali ho scritto partendo direttamente con chitarra acustica e voce, ma in questo caso la differenza sostanziale è stata questa: ho scelto di non darmi riferimenti stilistici, di scrivere come se non vivessi in un momento specifico. Non avevo in mente un groove, una scena musicale, volevo scrivere un brano come avrei potuto farlo oggi o molti decenni fa. Indistintamente.

Il brano descrive il punto di rottura di chi smette di compiacere gli altri. C’è stato un momento preciso nella tua carriera o nella vita a Manchester in cui hai mandato tutto all’aria per non tradire la tua natura? 

Questi passaggi fanno parte della vita di tutti noi e sicuramente hanno fatto parte della mia. La scelta di spostarmi a Manchester, ad esempio, è venuta dopo un periodo personale difficile. Volevo respirare aria nuova e intraprendere nuove traiettorie e, lì dov’ero in quel momento, non mi sentivo in grado di poterlo fare.

Passare dal grunge americano alla raffinatezza della forma canzone europea sembra un viaggio lungo. Quanto c’è ancora di quel suono ruvido e “dirty” in questa nuova fase più cinematografica? 

Il grunge, il rock, l’alternative sono sicuramente tra le mie influenze più forti. Ho scoperto lavorando al mio songwriting che quello che c’era da portare con me di quel bagaglio riguarda la sincerità e la forza di quei messaggi. Si può essere forti senza alzare troppo la voce. 

Nel video, un addio duro mette fine a una storia tra i libri. Se “Where The Wind Blows” fosse la colonna sonora della fine di un’epoca, cosa vorresti che restasse tra le macerie?

Sono convinto che non sia così, ma se fosse la fine di un’epoca, sarebbe l’epoca nella quale la musica è stata sostanza, linfa vitale ed ha significato tutti per quelli come me. Io vivo in quell’epoca e voglio portare con me tutti quelli che condividono questo messaggio. 

Sei un artista che cura tutto, dall’arrangiamento alla produzione. Questa indipendenza totale è un bisogno di controllo o l’unico modo per proteggere l’integrità del tuo messaggio? 

La seconda. Non c’è presunzione nel mio essere artista autoprodotto. C’è invece l’esigenza di far arrivare la mia musica all’ascoltatore come l’ho immaginata. Si tratta di un lavoro enorme, che toglie notti di sonno e non conosce sosta, ma la soddisfazione con cui mi ripaga non ha prezzo.

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