Per una volta lasciatemi essere fuori dagli schemi o , quantomeno, dai consueti “canoni” di stesura di un articolo.
Gio Evan e il suo concerto meritano di essere trattati in maniera diversa perché sono assolutamente e inequivocabilmente diversi. Non mi soffermerò sulla scaletta, sul Teatro Garden gremito o sulla bravura della band ma vorrei veicolare la vostra attenzione sulla profondità ed originalità di questo artista.
Da anni considero Gio Evan una delle migliori “penne” del panorama musicale italiano ma , non avendo mai potuto assistere ad un suo live, ero estremamente curioso di vedere quale fosse la sua “proposta di concerto”. Sono rimasto semplicemente incantato. È uno spettacolo geniale per costruzione e, ovviamente, interpretazione.
Gio Evan non lascia nulla al caso perché ogni singolo elemento del concerto è funzionale al suo messaggio . Ovviamente, ancor prima della musica, in questo caso contano le parole. Gio Evan non solo le sceglie con cura maniacale ma addirittura (e questa è una roba veramente da pochi) ne conia di nuove. Badate bene, i termini che vengono fuori dai quattro monologhi che aprono ogni “atto” del concerto non sono assolutamente dei meri “esercizi di stile” astrusi. Tutt’altro.
Questa sua sorta di “Calembour” genera termini profondamente sinceri, calzanti e “rivelatori” che a sentirli ti viene da dire: “ma certo! perché nessuno ci ha pensato prima?!”. Una sensazione simile finora ma l’aveva dato solo il Maestro Camilleri con i suoi meravigliosi vocaboli che però, in quel caso, affondavano le radici nella cultura e dialetto siculi. Qui no. Qui è tutto frutto del “genio” di Gio. Si potrebbe partire dal titolo stesso del Tour.
Piuttosto che “la fine del mondo”, che bello sarebbe se ognuno di noi fosse un “affine del mondo“, ovvero uno che si prodiga per essere più vicino e connesso al prossimo e ,dunque, al mondo in senso lato? E poi c’è la mia preferita: “Accantare“. Splendida crasi tra “accanto” e “cantare”. In un mondo che mai come oggi tende ad allontanare e disgregare, accantare (accantarsi) indica l’inclinazione ad avvicinarsi, a porsi gli uni accanto agli altri e far vibrare insieme le proprie anime cosi come il cantare fa vibrare le corde vocali.
Capite bene di che livello di profondità stiamo parlando. Soprattutto se commisurato a quelle che sono le proposte “mainstream” del momento. Ovviamente questa “filosofia poetica” non rimane fine a se stessa nei monologhi ma la ritroviamo in ogni canzone, in ogni testo di Gio. “Jeeg Robot“, “L’ universo da fermo” “L’eleganza del mango” e, ovviamente, “Susy” sono solo alcune delle “perle artigianali” di questo bravissimo artista. Non so se sono riuscito ad incuriosirvi quanto avrei voluto.
Mi piace pensare di si e, in fondo, la curiosità è spesso foriera di grandi scoperte e “rivoluzioni”. Sicuramente Gio Evan è un artista fuori dai “binari consueti”e dal modo abbastanza superficiale in cui oggi si fruisce della musica.
Ma a volte “non serve cambiare il mondo” basta “cambiare il modo”. Vero Gio?