“Storie d’annate” è il manifesto sonoro con cui Pete Jersey mette a fuoco il proprio immaginario: un equilibrio calibrato tra dancefloor e confessione d’autore. Ispirato dai giganti della musica pop e funk, il cantautore romano fotografa i chiaroscuri dei rapporti umani di oggi, smascherando le facili idealizzazioni del mondo virtuale attraverso brani dal tiro ritmico irresistibile.
Un lavoro compatto e coinvolgente, dove la cura meticolosa degli arrangiamenti diventa il tramite perfetto per esorcizzare ferite personali e disillusioni comuni.

“Storie d’annate” richiama fin dal titolo l’idea di un archivio, di qualcosa che matura nel tempo come un buon vino o che riaffiora dai ricordi. Qual è il filo rosso che tiene insieme i brani di questo EP e che tipo di “annate” racconti?
I brani si completano tra di loro e racchiudono ciascuno un frammento di sensazioni emotive che sono sia personali che autobiografiche, rappresentando al contempo sia la mia generazione, sia quelle passate, che tra dinamiche diverse e disfunzioni familiari, hanno sofferto degli stessi mali di cui soffriamo maggiormente noi oggi, tra realtà virtuali e idealizzazioni sbagliate sull’amore e sui rapporti con il prossimo.
Come sono nate queste tracce? C’è un brano in particolare all’interno del disco che ha fatto da bussola o che ha segnato il momento di svolta nella composizione dell’intero lavoro?
“Via” è il primo brano ad essere uscito e parla di un male che ho vissuto sulla mia pelle, la dipendenza affettiva. Anche “Come due acrobati” nasce dalla mia visione di una coppia di ragazzi che, invece di viversi a vicenda, erano totalmente immersi ognuno nel proprio mondo “virtuale” e scollati dalla realtà circostante, dandomi l’impressione che nessuno dei due riuscisse a fare il primo passo per rivelarsi all’altro.
Dal punto di vista musicale e degli arrangiamenti, che direzione avete scelto per dare forma a queste storie? Quali influenze e sfumature sonore caratterizzano questo capitolo rispetto alla tua produzione precedente?
L’idea era quella di creare un prodotto da poter catalogare facilmente sia nel contesto italiano, sia in quello internazionale, con sfumature sonore molto intime e variegate nella loro uniformità e coerenza. Non a caso le influenze sono ben precise: parliamo di colossi della musica come Michael Jackson o Giorgio Moroder.
Spesso quando si racconta il proprio passato o frammenti di vita vissuta si rischia di essere molto personali. Come riesci a trasformare un dettaglio intimo in una storia in cui chi ascolta su 100Decibel possa rispecchiarsi?
Il bello dei messaggi che trasmetto è che fluttuano nel mistero e nell’interpretazione di chiunque ascolti i miei brani, poiché un singolo argomento potrebbe avere migliaia di sfumature e circostanze diverse, ma con un contenuto da affrontare che ci accomuna tutti.
Come immagini la resa di “Storie d’annate” sul palco? C’è una canzone che non vedi l’ora di portare dal vivo per sentirne la risposta diretta del pubblico?
Ho avuto modo di sperimentare i miei brani dal vivo, ma una canzone che vorrei assolutamente portare nel modo giusto sarebbe ” Come due acrobati ” col supporto della coreografia di ballerini come nel videoclip. Adoro l’idea di espandere il progetto in un prodotto da performance a 360 gradi tra canto, danza e intrattenimento visivo.
Se dovessi definire l’EP con tre parole chiave e dirci quale tassello rappresenta all’interno del tuo percorso artistico verso i prossimi progetti, quali sceglieresti?
L’EP per me rappresenta sicuramente la creazione di un mondo tutto mio e la volontà di espanderlo in qualcosa di più grande nel breve tempo. Nasconderò una citazione ironica nelle tre parole chiave per definire l’EP: Introspettivo, catartico, “splendido”.