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Contro la morte della luce

Ci sono volte in cui si arriva tardi su una cosa, ad un appuntamento, o si procrastina la recensione di un disco, altre in cui invece si arriva prima, questa volta voglio parlarvi di un album che uscirà il prossimo 27 Marzo.

Ho avuto la possibilità di ascoltare in anteprima il nuovo album di Josè González.

In un momento storico in cui tutto chiede di essere accelerato, ottimizzato, replicato, José González continua a fare la cosa più controcorrente possibile: rallentare.

Against The Dying Of The Light, il suo nuovo album in uscita per City Slang, è un lavoro intimo ma tutt’altro che ripiegato su se stesso.

Un disco che parte dal silenzio e dalla sottrazione per allargare lo sguardo sul presente, interrogando il modo in cui la tecnologia, gli algoritmi e l’automazione stanno ridefinendo non solo le nostre abitudini, ma la nostra idea stessa di umanità.

Se il precedente Local Valley era un’opera di introspezione linguistica e identitaria, un ritorno alle radici svedesi e argentine, alle lingue dell’infanzia e della memoria, questo nuovo capitolo compie un passo ulteriore.

Against The Dying Of The Light mantiene lo stesso approccio minimale, ma amplia il proprio raggio d’azione: non più solo il luogo interiore, bensì il mondo condiviso.

È un disco che suona come un appello, a tratti persino come una preghiera laica, affinché la “luce” dell’empatia, dell’attenzione e della responsabilità collettiva, non venga soffocata da un progresso cieco.

Il titolo forse richiama il celebre verso di Dylan Thomas, che chiude il suo poema Do Not Go Gentle Into That Good Night:

Do not go gentle into that good night. Rage, rage against the dying of the light” (Non entrare docilmente in quella buona notte. Rabbia, rabbia contro il morire della luce)”.

Non si tratta di una ribellione strillata, ma di una resistenza calma, quasi ostinata. Una resistenza che passa attraverso scelte artistiche precise: strutture essenziali, arrangiamenti scarni, una chitarra classica che non riempie mai lo spazio ma lo lascia respirare, e una voce che sembra sempre parlare più che cantare.

È proprio in questa essenzialità che l’album trova la sua forza. Josè González lavora entro confini volutamente ristretti, dimostrando quanta varietà emotiva possa emergere dai limiti autoimposti.

Ogni brano ha una propria identità, pur restando coerente con l’insieme, come se l’ascoltatore fosse invitato a soffermarsi sui dettagli: una variazione ritmica quasi impercettibile, una melodia che si apre lentamente, una frase che resta sospesa.

In un panorama musicale dominato dall’eccesso e dall’iperstimolazione, questa scelta assume un valore quasi politico.

Il singolo che dà il titolo all’album, Against The Dying Of The Light, è emblematico.

Musicalmente cresce con estrema gradualità, senza mai esplodere davvero, riservando l’intensità ai momenti finali.

Il testo (la canzone dura poco più di due minuti e mezzo), si può leggere come una sorta di desiderata contemporanea: una sequenza di istruzioni gentili ma ferme per sopravvivere al presente:

Accetta chi sei diventato / Rilassa la tua mente giudicante / Abbraccia chi potremmo essere / Disconnettiti da ogni algoritmo”.

Il tema della tecnologia attraversa l’intero disco, ma senza mai scivolare nella tecnofobia. González non rifiuta il progresso in quanto tale; piuttosto, mette in discussione l’assunto secondo cui ogni nuova possibilità debba essere perseguita fino in fondo, indipendentemente dalle conseguenze.

Gli algoritmi, gli “incentivi perversi”, i sistemi che premiano la polarizzazione e l’odio, diventano il simbolo di un’umanità che rischia di delegare troppo, troppo in fretta.

L’immagine dei cosiddetti replicatori, tecnologie capaci di progettarsi e copiarsi da sole, è potente proprio perché non è fantascientifica, ma sorprendentemente vicina alla nostra quotidianità (ahimè sempre più vicina).

In questo senso, Against The Dying Of The Light può essere letto come il naturale proseguimento di Local Valley (uscito nel 2021), ma anche come una sua risposta più urgente.

Se lì il buio prima era interiore, qui è globale. González nei suoi testi parla apertamente di ideologie dogmatiche, di persone che seguono leader che fingono di sapere ciò che non sanno, di una prosperità umana ostacolata da sistemi che promettono efficienza a scapito dell’attenzione e dell’empatia.

Tuttavia, il suo non è mai un discorso ideologico in senso stretto: l’umanesimo che propone è inclusivo, transnazionale, profondamente personale proprio perché condivisibile.

Questa coerenza tra pensiero e azione emerge anche al di fuori della musica. La recente adesione di González al 10% Pledge, con l’impegno a devolvere parte del proprio reddito a organizzazioni che combattono la povertà estrema, non appare come una nota di colore, ma come un’estensione naturale del messaggio dell’album.

In un’industria spesso più abile nel raccontare buone intenzioni che nel praticarle, questo gesto assume un peso specifico. Non basta cantare di un’umanità migliore: bisogna, nel proprio piccolo, contribuire a costruirla.

Ascoltato nel suo insieme, Against The Dying Of The Light non offre soluzioni facili né slogan rassicuranti. È un disco che chiede tempo, attenzione, presenza.

Chiede di essere ascoltato senza distrazioni, magari disconnettendosi davvero, anche solo per la durata di una canzone.

E proprio quando sembra sul punto di spegnersi in una malinconia controllata, Josè González sceglie la rottura, nell’ultimo istante del brano titolo, pronuncia una frase che spiazza per la sua crudezza e la sua semplicità:

“Festeggiamo il fatto che siamo vivi, cazzo”

È un’affermazione minima, quasi disperata, ma forse proprio per questo necessaria. Un promemoria imperfetto, umano, contro la morte della luce.

In attesa dell’uscita dell’album, potete ascoltare già tre singoli, A Perfect Storm, Pajarito e la title track Against The Dying Of The Light.

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