Foto: Margherita Montoneri
C’è un istante, appena prima che le luci calino, in cui il brusio del pubblico al Monk si compatta in un’unica vibrazione sospesa. La serata, curata in sinergia da TutteCittà insieme a Baccano Dischi, Trenta Formiche e Flaming Creatures, ha richiamato un’affluenza sorprendente: sala gremita in ogni ordine di posti, platea occupata fino all’ultima sedia, spettatori in piedi lungo le pareti, altri seduti a terra accanto al palco, raccolti come attorno a un focolare. Non c’è distanza tra chi suona e chi ascolta: lo spazio si trasforma in un unico corpo pulsante.
Quando i Sirom prendono posizione, il colpo d’occhio è già eloquente. Attorno a loro, un arsenale sonoro che sembra provenire da botteghe artigiane e laboratori di liuteria sperimentale: corde tese su strutture lignee, tamburi dalle pelli ruvide, oggetti che diventano generatori di timbri inattesi. L’avvio non è una dichiarazione di intenti, ma un lento affiorare, come se la musica emergesse dal pavimento in assi del locale. Una nota grave si espande, un archetto sfiora la superficie di uno strumento ibrido, un battito lontano scandisce un tempo irregolare.
Gran parte della scaletta attinge all’ultimo lavoro in studio, ‘In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper’, disco che già su vinile suggerisce un universo notturno e visionario, ma che dal vivo acquista una dimensione ulteriore. Le tracce, lunghe e articolate, vengono dilatate, deformate, talvolta ricomposte in tempo reale. Le linee melodiche si insinuano come filamenti sottili, poi si intrecciano a trame più dense, generando una tessitura in costante mutazione. Decade qualsivoglia struttura uniforme, per lasciar spazio ad un flusso che avanza per accumulo, deviazioni improvvise, aperture inattese.
L’impronta avant-folk si manifesta nei richiami a tradizioni lontane, ma ogni riferimento viene filtrato attraverso una sensibilità radicale. Le percussioni, battute con mani, bacchette o oggetti non convenzionali (finanche pentolame vario!) evocano ritualità ancestrali senza scivolare nella citazione folkloristica. I colpi, ora secchi ora cavernosi, costruiscono architetture ritmiche che sembrano provenire da un tempo remoto. Su queste fondamenta si innestano corde pizzicate con pazienza quasi meditativa, bordoni che vibrano come correnti sotterranee, armonici che fendono l’aria con bagliori improvvisi.
Il secondo segmento del concerto introduce una tensione più marcata. Un tema accennato si sviluppa in un crescendo obliquo: la dinamica aumenta, ma mai secondo una traiettoria lineare. I tre musicisti si osservano con cenni minimi, scambiando segnali impercettibili che guidano le transizioni. L’improvvisazione non è esercizio di stile, bensì linguaggio condiviso. Ogni intervento sembra nascere da un ascolto profondo dell’altro, come in una conversazione in cui le parole vengono sostituite da vibrazioni e silenzi.
Colpisce la varietà timbrica: superfici raschiate producono fruscii che ricordano vento tra le fronde; archetti tirati con pressione diversa generano lamenti metallici; membrane percosse con gradualità trasformano il ritmo in respiro collettivo. Alcuni passaggi assumono una qualità quasi cinematica: si ha l’impressione di attraversare paesaggi immaginari, distese brumose, alture battute da correnti fredde. L’album recente fornisce l’ossatura, ma sul palco ogni composizione diventa organismo vivente, pronto a cambiare pelle.
La durata complessiva, prossima ai novanta minuti, non pesa. Anzi, il tempo sembra dilatarsi e contrarsi seguendo le maree sonore emanate dal trio sloveno. In un episodio particolarmente suggestivo, una sequenza di pizzicati irregolari viene sostenuta da un battito profondo, quasi cardiaco; sopra, un filo melodico si arrampica verso registri acuti, a volte avvolgente e a tratti piacevolmente stridente, per poi dissolversi in un soffio. L’attenzione del pubblico resta altissima: nessuno parla, nessuno si distrae. Si percepisce una concentrazione condivisa, rara in contesti cittadini così affollati.
Anche l’aspetto visivo contribuisce alla riuscita dell’evento. Le luci, dosate con cura, scolpiscono le sagome degli strumenti, evidenziandone le forme inconsuete. Le ombre proiettate sulle pareti amplificano il senso di trovarsi dentro un’officina alchemica. Ogni gesto, ogni movimento delle mani diventa parte integrante della narrazione.
Verso la conclusione, un brano tratto ancora dal già citato lavoro più recente, si apre con un bordone scuro, quasi tellurico; gradualmente si aggiungono impulsi ritmici, poi una linea sinuosa che pare evocare un canto senza parole. La progressione non esplode mai in modo fragoroso; preferisce invece sciogliersi lentamente, come brace che continua a irradiare calore anche quando la fiamma non è più visibile. L’ultimo suono resta sospeso per qualche secondo, prima che l’applauso irrompa con energia travolgente.
L’ovazione finale è lunga, convinta, segno di un coinvolgimento autentico. In una capitale abituata a proposte di ogni genere, questo sabato al Monk ha dimostrato che esiste un pubblico desideroso di percorsi sonori non convenzionali. I Sirom hanno offerto molto più di una semplice esibizione: hanno costruito un’esperienza immersiva, in cui ricerca, memoria e slancio creativo si fondono in un’unica corrente. Uscendo dal locale di Via Mirri, con ancora nelle orecchie e nel corpo quelle vibrazioni profonde, resta la sensazione di aver attraversato un territorio liminale, di aver varcato una soglia invisibile, in uno spazio in cui il buio prende forma e il suono si fa visione.
