Foto di Sara Serra
C’è qualcosa di profondamente catartico nell’assistere a un’esibizione degli Harakiri For The Sky in uno spazio raccolto. Al Largo Venue l’atmosfera era densa già prima che le luci si abbassassero: un brusio carico di attesa, volti concentrati, quella tensione sottile che precede gli eventi destinati a lasciare un segno. Nessun orpello scenografico eccessivo, nessuna distrazione superflua: solo strumenti pronti a trasformare l’aria in materia vibrante.
Li avevo visti l’anno scorso al Brutal Assault, tra le mura monumentali della fortezza in Repubblica Ceca. Un contesto suggestivo, quasi epico, ma inevitabilmente dispersivo. In quell’occasione la loro proposta mi era parsa potente ma leggermente diluita dalla vastità dello spazio e dalla successione serrata delle band in cartellone. Stavolta, invece, tutto è apparso più compatto, più a fuoco, come se ogni elemento avesse trovato la propria collocazione ideale.
Fin dalle prime battute si è percepita una sicurezza diversa. Le chitarre hanno iniziato a tessere linee melodiche stratificate, luminose e al tempo stesso ombrose, sostenute da una sezione ritmica precisa, capace di alternare impeto e controllo con naturalezza. Il loro linguaggio sonoro – quell’equilibrio instabile tra shoegaze, post-rock e black metal che la critica ha ormai etichettato da tempo come “blackgaze” – è emerso in tutta la sua maturità. Non una semplice fusione di stili, ma un dialogo continuo tra slancio emotivo e costruzione architettonica dei brani.
Rispetto alla performance ceca, la band è sembrata decisamente più in forma. Ogni passaggio risultava nitido, ogni crescendo calibrato con attenzione quasi maniacale. Le parti più atmosferiche si espandevano come orizzonti crepuscolari, mentre le accelerazioni più estreme arrivavano con una violenza controllata, mai caotica. Non si trattava soltanto di perizia tecnica: era evidente una coesione interna, una sintonia che rendeva l’insieme organico e fluido.
La voce di Michael “JJ” V. Wahntraum, più che un semplice elemento narrativo, è diventata il centro gravitazionale dell’intero set. Non canto tradizionale, ma un urlo viscerale, strappato dalle viscere e modellato con sorprendente consapevolezza. Ogni frase sembrava caricata di un’urgenza autentica, capace di attraversare la barriera fisica tra palco e platea. Se in passato l’interpretazione mi era parsa intensa, al Largo Venue è stata addirittura bruciante: una confessione gridata senza filtri, capace di trasformare il dolore in energia condivisa.
Il pubblico ha risposto con un coinvolgimento totale. Nessuna distanza, nessun atteggiamento passivo: corpi che si muovevano all’unisono, sguardi persi tra le luci soffuse, mani tese verso il palco come a voler trattenere quelle vibrazioni. Nei momenti più dilatati si percepiva un silenzio quasi religioso, rotto solo dal riverbero delle corde; nelle esplosioni più feroci, invece, la sala diventava un unico organismo pulsante.
I brani dal più recente album ‘Scorched Earth’ hanno trovato spazio accanto ai pezzi già consolidati, senza per questo creare fratture nel flusso narrativo. Le strutture articolate, con i loro lunghi sviluppi strumentali, costruivano paesaggi sonori cinematografici, mentre le sezioni più abrasive riportavano tutto a una dimensione cruda e terrena. Questa alternanza costante tra contemplazione e furia ha dato al concerto una progressione quasi drammatica, come se ogni pezzo fosse una tappa di un percorso interiore.
Determinante anche la resa acustica della sala: i dettagli che in un contesto open air rischiano di disperdersi qui emergevano con chiarezza sorprendente. Si potevano cogliere le sfumature delle armonizzazioni, le variazioni dinamiche, i piccoli accenti che arricchiscono gli arrangiamenti. Il risultato era una percezione più profonda della loro scrittura, meno istintiva di quanto possa sembrare a un ascolto superficiale.
Verso la conclusione, quando le ultime note si sono dissolte tra applausi insistenti e richieste di bis, la sensazione era quella di aver assistito a una prova di maturità decisamente espressiva: non soltanto un concerto riuscito meglio rispetto a quello dello scorso anno, ma una dimostrazione di crescita artistica tangibile anche in chiave live. Gli Harakiri For The Sky hanno mostrato una padronanza nuova nel gestire le proprie tensioni sonore, trasformando fragilità e rabbia in un linguaggio coerente e coinvolgente.
In bilico costante tra luce e abisso, hanno reso il Largo Venue una sorta di rifugio emotivo collettivo. E se il blackgaze nasce dall’incontro tra estremi apparentemente inconciliabili, questa serata ha dimostrato quanto quella sintesi possa diventare viva, pulsante, necessaria.
In apertura si sono esibiti i capitolini SVNTH, chiamati a sostituire i Klimt 1918, impossibilitati a suonare in questa occasione. La band ha conquistato il pubblico con un sound intenso e suggestivo, capace di alternare momenti di grande energia a passaggi più atmosferici e introspettivi. La loro performance di apertura ha creato la giusta tensione emotiva, preparando il terreno per l’impatto emotivo degli headliner della serata.