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Alieno al Monk

Matteo Pierotti, in arte Matteo Alieno, sale sul palco del Monk il 29 aprile 2026 con la scioltezza di chi si presenta al suo pubblico interamente senza filtri. Non è solo un concerto: è un diario aperto, una seduta collettiva di autoanalisi travestita da live indie-pop. Per dirla con un’immagine che sembra cucita addosso alla serata, quella che vediamo in scena sembra essere, a tutti gli effetti, una “piccola astronave emotiva” pronta a decollare tra confessioni e chitarre.

Ad aprire la serata è Moonari, alias Giovanni Cosma, che scalda il pubblico con un set essenziale e sincero, perfetto per introdurre il tono della notte: intimo, quasi domestico, come se il Monk — storico rifugio della scena live romana — fosse diventato il salotto di una generazione in cerca di coordinate. Non un semplice opening act, ma un preludio emotivo coerente.

Poi le luci si abbassano e parte l’Intro. È il segnale: si entra nel mondo di Alieno.

L’inizio è un uno-due che definisce subito il perimetro: “Ansia” e “Il protagonista” mettono in scena il cortocircuito tra ego e fragilità, tra il bisogno di esserci e la paura di non bastare. Alieno non interpreta: espone. Le sue canzoni non cercano la perfezione, ma l’aderenza emotiva.

Brani come “Non mi ricordo” e “Piselli” oscillano tra ironia surreale e malinconia quotidiana, mantenendo quella cifra stilistica che lo colloca in una linea diretta con il nuovo cantautorato italiano, dove il disagio diventa linguaggio condiviso. È un pop che non consola: riconosce.

Il concerto ruota attorno ai brani di *Stare al mondo*, un disco che è già dichiarazione di poetica: non sapere come si vive è, forse, l’unico punto fermo. Dal vivo questa idea si amplifica, trasformando il live in una sorta di confessionale collettivo.

Quando arriva “La paura”, il Monk trattiene il respiro. Subito dopo, “La luce dentro di te” prova a ricucire lo strappo emotivo, senza mai scivolare nella retorica. È qui che Alieno mostra il suo talento migliore: stare in bilico.

Momento chiave della serata è la cover di “Conoscersi in una situazione di difficoltà” di Giovanni Truppi — scelta tutt’altro che casuale. È un passaggio di testimone ideale: la vulnerabilità come atto politico, prima ancora che artistico.

La seconda parte del live accelera. “Chi vince che vince?”, “Tonno” e “Spalle” portano una carica più elettrica, senza perdere il filo narrativo. L’alternanza tra momenti intimi e aperture rock crea quell’altalena emotiva che tiene il pubblico sospeso per tutta la durata del concerto.

Con “Persone”, “Fossi più leggera” e “Più o meno”, Alieno torna a guardarsi allo specchio — letteralmente, con “Specchio” — e invita il pubblico a fare lo stesso. Non c’è distanza tra palco e platea: il Monk, con la sua dimensione raccolta, amplifica questa sensazione di prossimità.

Il finale è affidato a “Per la nostra età” e soprattutto a “Nessuno sa stare al mondo”, vero manifesto della serata. Non c’è catarsi, né redenzione: solo una consapevolezza condivisa. Ed è abbastanza.

Alieno non offre soluzioni. Non è quel tipo di artista. Piuttosto, costruisce uno spazio dove le domande possono esistere senza fretta di risposta. Ed è forse per questo che il pubblico resta, canta, si riconosce.

Se il nuovo cantautorato italiano ha bisogno di una voce che sappia raccontare il disorientamento senza trasformarlo in posa, Matteo Alieno è già lì. Al Monk non ha semplicemente presentato un disco: ha messo in scena una condizione esistenziale.

E, per una sera, ci siamo stati dentro tutti.

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