Alle 21.15, alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, i Wilco hanno cominciato la loro prima data italiana del 2026 con un piccolo contrattempo tecnico. Pochi minuti, qualche regolazione sul palco, e soprattutto Jeff Tweedy che ha trasformato l’attesa in una conversazione improvvisata con il pubblico, tra battute e risate, poi la musica è partita.
Potrebbe sembrare un dettaglio marginale, invece, osservando i Wilco da vicino, mi è sembrato quasi un modo perfetto per cominciare a raccontarli: niente frenesia nel voler dimostrare qualcosa, nessuna necessità di rispettare un copione a tutti i costi.
Solo il tempo necessario per sistemare le cose e poi iniziare il concerto.
Ed è forse proprio questa la caratteristica che, più di ogni altra, accompagna la storia dei Wilco: non essersi mai accontentati di rimanere dentro una definizione.
Quando Jeff Tweedy e John Stirratt formarono i Wilco nel 1994, arrivavano dall’esperienza degli Uncle Tupelo, una delle formazioni che avevano contribuito a ridefinire il rapporto tra country, rock alternativo e attitudine punk negli Stati Uniti.
Da lì in avanti, però, Tweedy avrebbe progressivamente allargato il campo, fino a trasformare i Wilco in qualcosa di molto più difficile da catalogare.
Il primo album, A.M., pubblicato nel 1995, conservava ancora molte delle coordinate dell’alternative country da cui Jeff Tweedy proveniva.
Ma già con Being There, l’anno successivo, la direzione cominciava a farsi più ampia; rock, country, folk, psichedelia, pop: elementi differenti iniziavano a convivere senza che nessuno sembrasse avere il diritto di prevalere sugli altri.
Con Summerteeth, nel 1999, quella ricerca entrò in una nuova fase, le canzoni diventarono più elaborate, gli arrangiamenti più stratificati, mentre sotto melodie solo apparentemente accessibili, si aprivano inquietudini e zone d’ombra.
Poi arrivò Yankee Hotel Foxtrot, quello fu uno dei momenti in cui la storia dei Wilco smise definitivamente di essere lineare.
Non soltanto per la musica, ma per tutto quello che accadde intorno all’album, la Reprise (l’etichetta che li aveva sotto contratto) decise di non pubblicarlo dopo che la band aveva completato le registrazioni.
I Wilco a quel punto si ritrovarono i diritti del disco e, dopo averlo reso disponibile in streaming sul proprio sito, lo portarono alla Nonesuch.
La vicenda diventò quasi un paradosso dell’industria discografica: un disco rifiutato dalla casa discografica che ne possedeva i diritti sarebbe diventato uno dei lavori più importanti della carriera della band.
Nel frattempo quella musica era già diventata un’altra cosa; le chitarre, i rumori, i silenzi, le distorsioni e le melodie di Tweedy convivevano in un equilibrio che non cercava facili risposte.
Yankee Hotel Foxtrot non aveva bisogno di scegliere tra canzone e sperimentazione: poteva essere entrambe le cose.
Il successivo A Ghost Is Born, nel 2004, avrebbe portato ancora più avanti quella ricerca, fino a far vincere alla band di Chicago due Grammy Awards.
In quegli stessi anni la formazione dei Wilco andava definendo l’organico che avrebbe accompagnato Tweedy per gran parte della loro storia:
John Stirratt al basso, Glenn Kotche alla batteria, Mikael Jorgensen alle tastiere e all’elettronica, Nels Cline alle chitarre e Pat Sansone tra chitarre, tastiere e altri strumenti.
Da quel momento i Wilco hanno continuato a cambiare pelle senza perdere la propria identità.
Sky Blue Sky, Wilco (The Album), The Whole Love, Star Wars, Schmilco, Ode To Joy, Cruel Country e Cousin raccontano una band che non ha mai considerato il proprio passato come un recinto nel quale rimanere.
Ogni disco ha aggiunto qualcosa al percorso, qualche volta confermando una direzione, altre volte prendendone una apparentemente diversa.
È anche così che una band riesce a superare i trent’anni di carriera, senza trasformare la propria storia in una semplice sequenza di anniversari.
L’ultimo capitolo discografico, almeno per ora, è Hot Sun Cool Shroud, pubblicato nel Giugno 2024. Non un album, ma un EP di sei brani nati dalle sessioni di Cousin, che alterna momenti più ruvidi e altri più sospesi.
Ma stasera, alla Cavea, per il Roma Summer Fest 2026, il punto non era soltanto quello di ascoltare le canzoni più recenti, era ritrovare una band capace di attraversare oltre tre decenni di musica senza trasformare il proprio repertorio in un museo.
Questa sera, 1° Settembre, l’An Evening with Wilco farà tappa all’Esedra di Palazzo Te, a Mantova, per la seconda e ultima data italiana del tour.
Roma, intanto, ha avuto il primo appuntamento italiano e, quei pochi minuti iniziali di attesa, con Jeff Tweedy che scherzava mentre sul palco si sistemava un problema tecnico, alla fine sono rimasti quasi come una piccola fotografia della serata:
nessuna fretta, nessuna posa. Solo una band che sa da dove arriva, ma che non sembra ancora aver deciso dove vuole andare.