Freddie Mercury ha 45 anni da trentacinque.
È morto il 24 Novembre 1991 e da allora il tempo ha continuato a scorrere per tutti, tranne che per lui. Oggi avrebbe compiuto 80 anni, ma nella nostra memoria continua a vivere dentro le immagini e le canzoni di un uomo che non abbiamo mai visto invecchiare.
Forse è anche per questo che quel numero, ottanta, fa un certo effetto.
Non siamo abituati a pensare a Freddie Mercury con i capelli bianchi, a immaginarlo lontano dai palchi, magari seduto davanti a un pianoforte a ripercorrere una carriera che aveva ancora molto da raccontare.
La sua storia si è fermata quando aveva 45 anni, proprio mentre il mondo cominciava a comprendere quanto fosse fragile l’uomo nascosto dietro quella presenza scenica così sicura.
E allora gli ottant’anni diventano una specie di domanda senza risposta. Come sarebbe stato Freddie Mercury a 80 anni?
Non lo sapremo mai. E forse non è nemmeno questo ciò che conta, perché a distanza di trentacinque anni dalla sua morte, Freddie continua a occupare uno spazio singolare nella musica.
Non soltanto quello riservato agli artisti che hanno lasciato grandi canzoni, ma quello, più difficile da definire, di chi è riuscito a trasformare la propria personalità in una parte inseparabile della musica che faceva.
Prima ancora del personaggio c’era però il musicista e questo, quando si parla di Freddie Mercury, rischia qualche volta di passare in secondo piano.
La sua immagine è talmente riconoscibile da precedere quasi sempre le sue canzoni: il microfono, il pianoforte, i pantaloni bianchi, il gesto teatrale, il modo di muoversi davanti a migliaia di persone.
Dietro quella figura però, c’era un autore che non sembrava avere molta voglia di rispettare i confini.
Con i Queen Freddie attraversò territori molto diversi, spesso all’interno dello stesso percorso creativo. Rock, pop, opera, funk, disco, ballate: generi che nelle sue mani potevano convivere senza bisogno di chiedere il permesso a nessuno.
Bohemian Rhapsody è forse l’esempio più evidente, ma non l’unico, c’è Somebody To Love, con quella costruzione vocale che sembra cercare continuamente un punto di fuga.
Don’t Stop Me Now, apparentemente leggerissima e invece costruita su un’energia che ancora oggi non ha perso la propria forza e Crazy Little Thing Called Love, che guarda al rock’n’roll delle origini.
Freddie non aveva bisogno di scegliere una sola versione di sé, le teneva tutte insieme, poi c’era il palco, naturalmente.
Ma anche qui forse sarebbe meglio lasciare da parte le classifiche e le definizioni assolute; dire che Freddie Mercury è stato “il più grande frontman” dice poco, perché quella frase potrebbe essere appiccicata a decine di artisti.
Più interessante è capire cosa faceva quando aveva davanti un pubblico, lui lo ascoltava.
Era capace di capire il momento, intuiva la reazione, modificava il gesto, lasciava spazio e poi tornava a prenderselo. Non sembrava semplicemente cantare davanti alle persone: costruiva con loro qualcosa che non sarebbe esistito nello stesso modo senza quella risposta collettiva.
Il 13 Luglio 1985, a Wembley, questa capacità diventò evidente anche a chi non aveva mai seguito i Queen.
Diciassette minuti circa sul palco del Live Aid, davanti a un pubblico enorme e a milioni di persone davanti alla televisione. Non aveva il tempo per raccontare la storia della band e non ne aveva nemmeno bisogno.
Bastarono poche canzoni e soprattutto la capacità di capire immediatamente quale rapporto instaurare con quella platea, non fu soltanto una questione di scaletta.
Fu la capacità di trasformare pochi minuti in un’identità riconoscibile, è una delle ragioni per cui quelle immagini sono rimaste così presenti nella memoria collettiva.
Ma Freddie Mercury non è soltanto quel pomeriggio del 1985, così come non è soltanto la voce di Bohemian Rhapsody.
La sua storia personale racconta già qualcosa di quella libertà che avrebbe poi cercato nella musica.
Nato come Farrokh Bulsara a Zanzibar nel 1946, arrivò alla musica passando attraverso esperienze e influenze diverse.
Quando incontrò Brian May e Roger Taylor, il futuro dei Queen era ancora tutto da costruire.
Il resto lo conosciamo, o almeno crediamo di conoscerlo.
Perché dietro la biografia che abbiamo imparato a memoria, rimane una parte di Freddie che continua a sfuggire. Ed è forse proprio quella la parte che rende ancora interessante tornare a parlarne.
Freddie Mercury non è stato un personaggio semplice e non ha mai cercato di esserlo.
La sua morte, nel Novembre del 1991, ha inevitabilmente cambiato il modo in cui abbiamo guardato alla sua storia. Ma sarebbe un peccato lasciare che gli ultimi mesi della sua vita finiscano per occupare tutto il racconto.
Freddie se n’è andato a 45 anni, oggi ne avrebbe 80.
Tra quei due numeri c’è una vita che non conosceremo mai: i dischi che avrebbe potuto incidere, i concerti che avrebbe potuto fare, le collaborazioni che avrebbe potuto scegliere, le trasformazioni personali e artistiche che avrebbe potuto attraversare.
Possiamo soltanto immaginarle ahimè, quello che invece possiamo ascoltare è tutto ciò che ha lasciato.
E forse è proprio qui che il compleanno di oggi acquista un significato diverso.
A Montreux, città alla quale Freddie era profondamente legato, oggi si celebra il suo ottantesimo compleanno. A Wembley, uno dei luoghi simbolo della sua storia, la sua immagine è tornata a occupare uno spazio pubblico.
Sono iniziative diverse, ma raccontano entrambe una cosa molto semplice: il rapporto con Freddie Mercury non appartiene soltanto alla memoria di chi lo ha visto dal vivo.
Appartiene anche a chi lo sta scoprendo adesso, a quel ragazzo che ascolta Somebody To Love per la prima volta non sa nulla del 1991. Ad una ragazza che canta We Are the Champions allo stadio e non ha vissuto il Live Aid.
Eppure quelle canzoni funzionano ancora, senza bisogno di spiegazioni, è questa alla fine, la parte più difficile da misurare di una carriera.
Freddie Mercury non ha mai compiuto 80 anni, non sapremo mai quale uomo avremmo incontrato oggi, né quale musicista sarebbe diventato.
Sappiamo però che, trentacinque anni dopo la sua morte, continuiamo ad ascoltarlo.
E forse, per un musicista, non esiste un modo più concreto di continuare a esserci.
Buon compleanno Freddie.