Non ci sono molti artisti capaci di attraversare oltre quattro decenni di musica mantenendo intatta la propria identità senza trasformarsi nella caricatura di sé stessi. Steven Brown appartiene a quella rarissima categoria di musicisti che continuano invece a muoversi lungo territori imprevedibili, evitando la comfort zone della nostalgia e scegliendo ancora il rischio della ricerca. Il concerto andato in scena presso la Cantina Rosè ha avuto proprio questo sapore: non una celebrazione del passato, ma un viaggio sonoro costruito con eleganza, tensione narrativa e una sensibilità artistica fuori dal tempo.
Il suo ritorno capitolino coincide con la pubblicazione di ‘In This Very World’, nuovo album solista in uscita per Crammed Discs, lavoro che amplia ulteriormente il suo linguaggio compositivo tra jazz sperimentale, minimalismo di scuola europea, suggestioni cameristiche e frammenti di elettronica obliqua. Sul palco, accanto al musicista americano, due compagni ideali di questa esplorazione: Luc van Lieshout alla tromba e armonica e Lucien Fraipontalla chitarra. Un trio essenziale nella forma, ma ricchissimo nelle sfumature.
La Cantina Rosè si è rivelata il luogo perfetto per ospitare una performance così intima e cinematografica. Luci soffuse, pubblico raccolto, atmosfera quasi “clandestina”: elementi che hanno contribuito a trasformare il live in un’esperienza immersiva più che in un semplice concerto. Steven Brown non cerca mai il centro della scena in modo tradizionale; preferisce lasciare spazio ai silenzi, alle pause, alle dinamiche sottili. È in quei vuoti apparenti che la sua musica acquista profondità.
L’inizio affidato a ‘Cheran’ ha subito introdotto il pubblico dentro coordinate emotive precise. Le linee vocali morbide, la tromba malinconica di van Lieshout e le trame chitarristiche appena accennate di Fraipont hanno creato una sensazione di sospensione quasi notturna. Da quel momento il concerto ha iniziato a svilupparsi come un racconto in continua trasformazione.
Uno dei passaggi più sorprendenti è stato ‘Panic in Detroit’, rilettura del classico di Bowie, in cui Steven Brown ha completamente destrutturato il brano originale, eliminandone l’urgenza glam-rock per trasformarlo in una lunga deriva ipnotica fatta di tensioni jazzate e improvvise aperture atmosferiche. Una versione scura, quasi crepuscolare, lontanissima dall’idea convenzionale di cover celebrativa o didascalica.
Con ‘Luce’ il trio ha mostrato invece il lato più lirico della serata, lavorando su melodie delicate e arrangiamenti minimali. Ma è stato quando la scaletta ha iniziato a immergersi nel repertorio dei che nella sala si è percepita una partecipazione emotiva ancora più intensa.
‘Muchos Colores’ ha conservato tutta la propria natura enigmatica: ritmi sghembi, suggestioni latine appena accennate e quel senso di inquietudine elegante che ha reso i Tuxedomoonuna delle realtà più influenti della scena avant-wave europea. ‘Some Guys’, proposta in una versione più rarefatta rispetto all’originale, ha evidenziato l’incredibile capacità Brown di riscrivere continuamente il proprio repertorio senza tradirne l’anima.
Molto intensa anche ‘A Home Away’, interpretata con una delicatezza quasi struggente. Qui la voce del musicista americano, oggi più fragile ma proprio per questo ancora più espressiva, ha aggiunto sfumature emotive non facilmente riscontrabili nelle incisioni storiche.
Tra i momenti più affascinanti del live va sicuramente ricordata ‘Waltz No. 2’, nientemeno che di Dimitri Shostakovich: il celebre tema del compositore sovietico è stato trasformato in un valzer malinconico e visionario, sospeso tra musica da camera e jazz contemporaneo, con la tromba di van Lieshout in particolare, ha dato al brano un respiro quasi cinematografico.
L’apice emotivo della serata è arrivato probabilmente con ‘In a Manner of Speaking’. Pochi pezzi degli anni Ottanta hanno attraversato il tempo con la stessa grazia di questa composizione, resa celebre anche dalle reinterpretazioni successive. Dal vivo, però, il brano assume un’altra dimensione, cantato con tono sommesso, quasi confidenziale, lasciando che siano le pause e le inflessioni della voce a raccontare il peso degli anni e delle esperienze vissute. In sala si è creato un silenzio assoluto, uno di quei momenti rarissimi in cui pubblico e musicisti sembrano respirare insieme.
I brani tratti dal nuovo album, come ‘Nakba’, ‘The Book’ ed ‘El Hombre Invisible’, hanno confermato la vitalità creativa di Steven Brown. Nessuna ricerca dell’immediatezza, nessuna concessione commerciale: soltanto composizioni stratificate, poetiche, attraversate da riferimenti letterari e da una continua tensione evocativa. ‘Wordsworth’, introdotta da una lunga sezione strumentale, ha regalato uno dei passaggi più raffinati dell’intero set.
Con ‘59 to 1’ e ‘Work’ il concerto ha ritrovato una maggiore pulsazione ritmica, pur mantenendo quella costante sensazione di instabilità controllata tipica dell’universo Tuxedomoon. Nel mentre Fraipont, spesso molto misurato durante la serata, qui ha lasciato emergere sonorità più abrasive, dialogando perfettamente con le linee della tromba.
Il bis finale, affidato a ‘Nella Tierra’, ha chiuso il concerto in maniera quasi rituale. Nessun effetto spettacolare, nessuna enfasi superflua: soltanto il suono che lentamente si dissolve e un pubblico rimasto immobile fino all’ultima nota. È forse questa la vera forza di Steven Brown: riuscire ancora oggi a costruire paesaggi emotivi senza tempo, lontani dalle logiche della nostalgia e vicini invece a una dimensione artistica autenticamente libera.