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Spring Attitude Festival 2026

Non è soltanto un festival, lo Spring Attitude continua a essere uno dei pochi luoghi in Italia dove l’elettronica, il pop d’avanguardia, la club culture e la ricerca musicale, riescono a convivere senza sembrare mondi separati.

La quindicesima edizione, ospitata ancora una volta negli spazi della Nuvola all’EUR, ha confermato questa identità attraverso due giornate dense di musica e attraversate da pubblici diversi, capaci però di riconoscersi nello stesso racconto.

Fin dal primo giorno, la sensazione è quella di trovarsi in uno spazio che amplifica la natura del festival. Le geometrie della Nuvola non fanno da semplice sfondo ai concerti: dialogano con le luci, con le installazioni e con il continuo movimento delle persone tra un palco e l’altro.

In un panorama nazionale dove molti festival sembrano rincorrere formule consolidate oramai da anni, Spring Attitude continua a costruire un’identità precisa, fondata sulla curiosità e sulla contaminazione.

La prima giornata ha mostrato il lato più orientato al live della manifestazione.

Appena entrato mi sono fatto travolgere dalla musica elettronica che ha caratterizzato il set di Bluemarina, era all’esterno della nuvola e nonostante il sole e il caldo, ci ha fatto muovere testa e gambe.

Tra i momenti più attesi, il concerto di Tony Pitony (nella sala c’era il panico), tutti pronti a cantare le sue canzoni a memoria e a rispondere alle sue improvvisazioni.

Nella line up anche gli Yin Yin, la band olandese con il suo inconfondibile funk touch, ha preparato la strada ai Nu Genea, che hanno confermato ancora una volta, la capacità di trasformare il proprio repertorio in un’esperienza collettiva.

Anche l’ottima qualità delle nuove proposte, ha contribuito a mantenere alta quella tensione verso la scoperta che da sempre caratterizza il festival.

Ad aprire c’è stata Birthh, ha portato sul palco la sua musica accompagnata dalla sua band, lei così minuta ha riempito ogni spazio.

Dopo di lei è arrivata Lamante, anche lei tra luci strobo e voce graffiata, ha saputo incantare il pubblico.

La seconda giornata ha invece accentuato l’anima club dell’evento, affidandosi a nomi come Nathy Peluso con il progetto Club Grasa, Yousuke Yukimatsu, Jason K, Palms Trax e Ben Sterling, senza rinunciare però, alla presenza di artisti della scena italiana.

A Gaia Banfi è toccata l’apertura, le contaminazioni tra elettronica e canzone d’autore, un mix ben riuscito.

A seguire è stato il turno di Altea, dopo l’esperienza con i Thru Collected, per lei cresciuta nel Salento della taranta che adesso vive ad un passo dal Maradona a Napoli, una perfetta fusione tra urban e suoni pop, accompagnati da testi molto intimi.

Poi una certezza per la musica italiana, dopo aver partecipato alla registrazione dell’album di Niccolò Fabi, è stata la volta di Emma Nolde.

In un attimo grazie alla sua energia, ci siamo ritrovati catapultati in un club, di quelli dove non importa come sei vestito, che lavoro fai o qual è la tua posizione sociale, tutti insieme a ballare, cantare e sudare.

Dopo di lei sul palco è salito Motta che ha voluto cantare la prima canzone, tra il suo pubblico (negli occhi della sicurezza ho letto il panico vero).

Lui è fatto così, nei suoi concerti da sempre il 120 per cento, non si risparmia mai.

Era l’occasione per riascoltare dal vivo La Fine Dei Vent’anni, il disco uscito nel Marzo del 2016 che vinse la Targa Tenco per la migliore “Opera Prima“.

Poi la serata è proseguita con il french touch dei Dov’è Liana prima di accogliere i Mind Enterprises che hanno rilanciato in tutta Europa la Italo Disco che negli anni ’80 aveva conquistato il vecchio continente (e non solo).

Al di là dei singoli nomi, ciò che colpisce di questa due giorni, è la coerenza complessiva del progetto.

Perchè a quindici anni dalla sua nascita, lo Spring Attitude continua a interrogarsi sul presente della musica contemporanea senza perdere accessibilità.

È probabilmente questa la sua qualità più rara: riuscire a essere un festival di ricerca senza diventare autoreferenziale, i complimenti quindi vanno ad Andrea Esu.

Il direttore artistico che con il suo staff, anche questa volta ha saputo trovare il mix perfetto per una edizione che ha richiamato 20.000 persone pronte al divertimento puro.

Ci vediamo l’anno prossimo.

 

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