C’è qualcosa di profondamente appagante nel vedere un festival underground funzionare quasi come un orologio svizzero. Il Rome Carnage Extreme Fest, andato in scena sabato appena trascorso al Defrag di Roma, ha dimostrato che l’estremo può anche essere sinonimo di precisione, cura e coerenza. Il pubblico è arrivato alla spicciolata fin dal tardo pomeriggio, accolto da un’atmosfera già ben incanalata nella ritualità tipica di certi eventi: palco ben allestito, luci basse, suoni potenti e un banchetto del merchandise che meritava da solo la visita.
Oltre al materiale delle band partecipanti, la label Dusktone ha attirato molti curiosi grazie a una selezione generosa di vinili, CD, edizioni limitate e produzioni di nicchia. Un colpo d’occhio perfetto per scaldare l’ambiente prima che le casse iniziassero a sputare riff.
GRIEF PROPHECY – IL LAMENTO CHE APRE IL VORTICE
I primi a salire sul palco sono stati i Grief Prophecy, formazione capitolina dedita a un doom metal funereo e annichilente. Nonostante l’orario d’apertura, il trio ha saputo generare una coltre di pesantezza emotiva con brani lenti, solenni, attraversati da voci straziate e distorsioni fangose. Una breve ma efficace evocazione, che ha subito indirizzato il pubblico verso territori cupi e contemplativi.
VACUA – IL NERO PIÙ NERO
I Vacua hanno preso il testimone con un set compatto e brutale. La loro proposta black metal cruda, priva di fronzoli, è stata un pugno diretto nello stomaco: riff gelidi, batteria implacabile, voce filtrata dal gelo. Senza eccessi scenici, hanno imposto la loro presenza con essenzialità e impatto, lasciando dietro di sé solo silenzio e riverbero.
SONUM – LA DISSONANZA COME FORMA D’ARTE
I Sonum, da Vicenza, sono stati tra i protagonisti più convincenti dell’intera serata. Con un sound radicato nel death metal dissonante, ma mai scontato, hanno offerto un’esibizione chirurgica e coinvolgente. I brani, costruiti su strutture sghembe e tensioni armoniche instabili, si sono susseguiti con naturalezza, mantenendo sempre viva l’attenzione.
Le chitarre, affilate come bisturi, tagliavano l’aria tra un cambio di tempo e l’altro, mentre la sezione ritmica si muoveva su linee spezzate, creando groove obliqui e inaspettati. Non solo tecnica: i Sonum hanno dimostrato di avere un’identità forte, con un equilibrio ben studiato tra impatto e atmosfera. Il pubblico, fin lì rispettoso e trattenuto, ha cominciato a muoversi e reagire, segno che qualcosa era scattato.
DR. GORE – L’IMPATTO SENZA MEZZI TERMINI
A rompere gli schemi ci hanno pensato i Dr. Gore, veterani del brutal death made in Italy. Il loro è stato un set senza compromessi, sparato a volumi che rasentavano l’assalto sonoro. Nessuna raffinatezza, nessuna ricerca: solo un muro di suono spinto all’estremo, una valanga di blast beat, growl cavernosi e riff che si rincorrevano con ferocia.
Il risultato? Un’autentica cagnara – nel senso più onesto e viscerale del termine. Per chi cerca il caos controllato, l’effetto è stato terapeutico. Per chi voleva un attimo di tregua, un battesimo nel rumore. In ogni caso, impossibile restare indifferenti.
INFERNAL ANGELS – IL RITO DELL’OCCULTO
Dalla Basilicata con furore, gli Infernal Angels hanno portato sul palco una ventata di oscurità rituale. Il loro black metal sinfonico, per nulla scontato, ha saputo mescolare violenza e mistica, grazie anche a un uso sapiente di sonorità minacciose, una costante sia nei momenti più cadenzati che nelle esplosioni iconoclaste.
Scenicamente impeccabili: face-painting classico, vestigia ad hoc e borchie rilucenti di satanico fervore, gestualità come si conviene. Ma dietro la forma, anche molta sostanza: i brani scorrevano come litanie blasfeme, con testi intrisi di esoterismo e simbolismo occulto. Un’esperienza che non ha solo colpito l’udito, ma anche la vista e l’immaginazione. Il pubblico, anche quello più scettico, ha ascoltato in duplice assetto, chi in “religioso” silenzio, chi lasciandosi andare al pogo più dirompente, pur nell’esiguo spazio sotto palco.
DESASTER – L’ICONA NON DELUDE
Poco dopo le 23:40 – il “sipario” si è alzato sull’headliner della serata: i leggendari Desaster, pionieri del blackened thrash tedesco, attivi dal lontano 1988. E nonostante il peso degli anni, la furia non sembra essersi spenta: al contrario, la band è apparsa in stato di grazia, energica, affilata, pronta a devastare il Defrag con una scaletta che ha attraversato l’intera loro discografia.
Dai brani storici degli anni ’90 e primi 2000 alle composizioni più recenti (specie dall’ottimo ‘Churches Without Saints’), i Desaster hanno dato tutto: riff serrati, batteria schiacciasassi, voce ruvida come carta vetrata e un’attitudine che trasudava fedeltà al verbo del metal estremo. Il pubblico ha risposto con entusiasmo crescente, tra mosh spontanei e pugni alzati, in un’escalation di energia che ha toccato il picco con la doppietta finale, quando sono tornati sul palco per il classico encore a chiusura sia del loro live che dell’intero festival di carnefici selezionati.
La presenza scenica è rimasta coerente con la loro storia: niente sovrastrutture, solo fuoco e fiamme in musica. Nessuna concessione al compromesso, solo potenza pura, filtrata da decenni di onorata carriera.
CONCLUSIONI – UN FESTIVAL DA INCORNICIARE E – SPERIAMO – RIPETERE.
Il Rome Carnage Extreme Fest ha messo a segno una serata davvero riuscita. Tutto ha funzionato: la puntualità degli slot, la qualità audio (considerando l’acustica non ottimale della venue), tutto sommato anche la varietà della proposta musicale, l’accuratezza nell’allestimento. La scelta di alternare generi diversi dell’universo estremo – dal doom più disperato al black sinfonico, passando per brutal, death dissonante e thrash nero – si è rivelata vincente, mantenendo alta l’attenzione dall’inizio alla fine.
Si è respirato il sapore della comunità, del culto e, considerando lo spazio dedicato al merch, anche del collezionismo musicale vissuto con quella passione a metà strada tra la Ragione e la Fede.
Roma ha bisogno anche di eventi underground (mi si passi il termine desueto) come questo, e la buona risposta del pubblico di ogni età fa ben sperare per il futuro prossimo.