Ci sono concerti che sembrano sottrarre spazio al mondo esterno, imponendo un tempo differente, una sospensione nella quale ogni suono acquista un peso specifico e il silenzio smette di essere una semplice pausa. La Villa di Massenzio, con le sue vestigia antiche e quella bellezza austera che appartiene ai luoghi capaci di attraversare i secoli, si presta magnificamente a questo genere di esperienze. Qui, tra pietre cariche di storia e suggestioni senza tempo, le esibizioni di Dobrawa Czocher e Jozef van Wissem – nell’ambito di una manifestazione ormai consolidata come Su:ggestiva (un format ideato da Giuseppe Casa e prodotto da ARTmosfera con la direzione artistica di Scuderie MArteLive, ed è uno dei progetti speciali della Biennale MArteLive 2026) – hanno disegnato due percorsi sonori distinti, accomunati dalla ricerca di una dimensione intima, quasi rituale, nella quale la musica diventa un modo per interrogare le emozioni più profonde.
Ad aprire la serata è Dobrawa Czocher, violoncellista polacca dalla sensibilità raffinata, già protagonista del progetto Mieczysław Karłowicz Symphony Orchestra, condiviso con la pianista e compositrice Hania Rani. Un percorso artistico che testimonia la sua inclinazione a oltrepassare i confini della formazione classica, esplorando territori nei quali la scrittura strumentale incontra l’elettronica, la ripetizione e una concezione contemporanea della composizione.
Sul palco, il violoncello è il fulcro di un organismo sonoro in continua trasformazione. Accanto a lei, una tastierista contribuisce a costruire un tessuto di accordi, pulsazioni e stratificazioni, mentre la loop station permette di moltiplicare le possibilità espressive dello strumento ad arco. Le frasi vengono catturate, sovrapposte, restituite sotto nuove forme; un singolo gesto può così diventare il principio generativo di una trama più ampia, capace di svilupparsi gradualmente senza perdere il contatto con la propria origine.
Czocher si muove all’interno di questo paesaggio con una precisione quasi architettonica. Il suo arco non si limita a produrre melodie, ma sembra scavare nella materia sonora, modellando linee che si intrecciano, si allungano e si ricompongono. Le strutture armoniche prendono corpo attraverso progressioni pazienti, mentre le tessiture elettroniche creano uno spazio nel quale ogni intervento trova una collocazione naturale. La ripetizione non genera immobilità: al contrario, introduce minime variazioni, aperture inattese, mutamenti di prospettiva che trasformano l’ascolto in un processo immersivo.
È un’esibizione elegante, costruita sull’equilibrio tra controllo e abbandono, nella quale la formazione accademica non diventa mai un vincolo, bensì una risorsa da mettere al servizio di una visione personale. Il risultato è un flusso che alterna delicatezza e tensione, trasparenze e addensamenti, dimostrando come il violoncello possa emanciparsi dal ruolo tradizionale per diventare il centro di un linguaggio contemporaneo, capace di dialogare con la sensibilità ambient e con le possibilità offerte dalla manipolazione elettronica.
Se Dobrawa Czocher lavora per accumulo, attraverso una costruzione progressiva che amplia il respiro delle composizioni, Jozef van Wissem sceglie invece la via dell’essenzialità. Il suo universo è fatto di corde pizzicate, risonanze scure e melodie che sembrano provenire da un passato indefinito, ma che trovano nell’uso misurato dell’elettronica una prospettiva tutt’altro che nostalgica.
Il compositore olandese arriva sul palco con un’immagine perfettamente coerente con la propria musica: abito nero, cappello nero, persino il liuto, suo inseparabile compagno, sembra appartenere alla medesima tavolozza cromatica. La figura appare austera, quasi impenetrabile, avvolta in un’ombra che suggerisce distacco e concentrazione assoluta. Nessuna concessione all’esibizionismo, nessuna necessità di riempire gli spazi con gesti superflui. L’attenzione è rivolta allo strumento, alle sue vibrazioni, alla precisione con cui ogni nota viene lasciata emergere e dissolversi nell’aria.
Van Wissem è conosciuto da un pubblico più ampio soprattutto per la collaborazione con Jim Jarmusch, con il quale ha sviluppato un sodalizio artistico che ha trovato nelle colonne sonore cinematografiche una delle sue espressioni più riconoscibili. Le musiche realizzate per il regista statunitense hanno contribuito a definire un immaginario nel quale minimalismo, oscurità e spiritualità convivono senza bisogno di spiegazioni. Eppure, ridurre il suo lavoro a questa partnership significherebbe trascurare una ricerca autonoma, sviluppata attraverso album che esplorano il rapporto fra tradizione antica, composizione contemporanea e dimensione contemplativa.
Alla Villa di Massenzio, il liuto diventa una presenza quasi fisica. Il timbro metallico delle corde, la secchezza di alcuni attacchi e la persistenza delle risonanze costruiscono un paesaggio sonoro scarno, ma tutt’altro che povero. In alcuni passaggi, basi elettroniche innestate con discrezione ampliano il campo d’azione dello strumento, aggiungendo profondità e una sottile inquietudine. Non si tratta di sovraccaricare la musica, bensì di introdurre elementi capaci di modificarne la percezione, trasformando una linea apparentemente semplice in un ambiente avvolgente, nel quale le singole componenti si sostengono reciprocamente.
Il momento più sorprendente arriva quando van Wissem affianca al suono del liuto la propria voce. Una scelta non abituale nel suo percorso, che assume un significato particolare attraverso alcuni brani tratti da This Is My Blood, disco scritto e registrato dopo la morte della madre. Qui la dimensione musicale si apre a una confessione trattenuta, lontana da qualsiasi sentimentalismo, nella quale il dolore sembra trovare una forma attraverso la ripetizione, la disciplina del gesto e la persistenza di poche parole. La voce non cerca di imporsi sullo strumento: vi si inserisce come un’altra componente della stessa materia emotiva, fragile e al tempo stesso necessaria.
Il lutto, del resto, è un territorio nel quale la musica può diventare un dispositivo di elaborazione, una maniera per dare contorni a ciò che sfugge al linguaggio ordinario. Van Wissem non offre risposte né cerca una facile catarsi. Lascia piuttosto che le composizioni custodiscano una ferita, senza nasconderla e senza trasformarla in spettacolo. In un contesto così denso di fascino e storia, dove il tempo sembra aver depositato strati successivi di assenze e permanenze, questa tensione acquista un’intensità particolare.
Eppure, sarebbe un errore confondere l’austerità del concerto con quella del suo protagonista. Terminata l’esibizione, l’uomo che sul palco appariva schivo, quasi ombroso, rivela un’indole mite e sorridente. Al banchetto allestito per l’occasione, dove sono disponibili i suoi dischi, si ferma a parlare con il pubblico, concedendosi al dialogo con una disponibilità che contrasta piacevolmente con l’immagine severa costruita durante il live. Nessuna distanza ostentata, nessun atteggiamento da artista irraggiungibile: soltanto la naturalezza di chi, concluso il proprio racconto sonoro, torna a condividere uno spazio comune.
È forse proprio questo contrasto a restituire la misura più autentica della serata. Da una parte, la sensibilità di Dobrawa Czocher, capace di trasformare il violoncello in un organismo sonoro mutevole, sostenuto da loop e tastiere; dall’altra, la ricerca concentrata di Jozef van Wissem, che affida a uno strumento antico e a una voce raramente esposta il compito di attraversare memoria, spiritualità e perdita.
Due poetiche differenti, due modi di abitare il suono, entrambi lontani dalla necessità di stupire a ogni costo. Mai come in questo caso, la musica non ha cercato di sovrastare il luogo né di trasformarlo in una semplice cornice, ma ha preferito instaurare un dialogo con la sua memoria, lasciando che le note si insinuassero fra le rovine e che le pause avessero lo stesso valore delle melodie.
Una parentesi di ascolto in cui il passato non è stato evocato come un reperto, ma interrogato attraverso linguaggi attuali; in cui il dolore ha trovato una forma senza diventare dichiarazione e la sperimentazione ha conservato un legame profondo con la sensibilità umana. MArteLive ci ha concesso il privilegio di presenziare a questo evento suggestivo di nome e di fatto, dove il tempo ha smesso di essere una linea e si è plasmato in materia sonora: fragile, oscura, luminosa a tratti, inevitabilmente destinata a svanire, ma non per questo meno capace di lasciare una traccia.