C’è qualcosa di profondamente romano – e profondamente generazionale – nel vedere Lupo De Matteo prendersi il palco dell’Alcazar Live come se fosse casa sua. Perché, in fondo, lo è davvero. Il 24 aprile 2026 non è stato solo un concerto: è stato un passaggio di stato. Da spettatore a protagonista, da promessa a voce che prova a farsi coro.
La presentazione live di Cerotti – album d’esordio uscito a febbraio – è costruita come una lunga esposizione di nervi scoperti. Non c’è storytelling artificiale, non c’è bisogno di scenografie ridondanti, basta un palco allestito come una cameretta anni ’80, bastano le canzoni.
Lupo entra con “23” e “Noia” senza troppe cerimonie: il pubblico è già dentro, già pronto a restituire ogni parola. “Salesale” e “Mvr d schiaffi” tengono alta la tensione, giocando su quel mix di pop, urban ed elettronica che è ormai la grammatica emotiva della Gen Z. Ma è con “Bloccami” e “Dilivi” che il live prende davvero corpo: il canto si fa collettivo, quasi liberatorio.
Cerotti è un disco che parla di ferite – ansia, inadeguatezza, relazioni sbilanciate – e lo fa senza filtri, trasformando il disagio in un linguaggio condiviso. Dal vivo, questa dinamica esplode.
La setlist segue un arco emotivo preciso:
Prima parte: tensione e identità (“23”, “Noia”, “Salesale”, “Mvr d schiaffi”)
Parte centrale: implosione e riflessione (“Bloccami”, “Dilivi”, “Interludio”, “Cicatrici”)
Chiusura: catarsi pop (“Educato”, “X100”, “20”, “Ilfiore”, “Buio”, “Supersonico”)
“Cicatrici” è il punto di non ritorno: qui Lupo smette di cantare per il pubblico e inizia a cantare con il pubblico. “Supersonico” chiude invece con un’energia quasi euforica, col giovane artista lanciato in volo e sorretto dall’audience.
Prima di tutto questo, in apertura, c’è stato Spine. Giovane, essenziale, senza fronzoli inutili. La sua apertura – “Cani da guardia”, “Ma che bello è”, “Distimia”, “Come no” – ha funzionato come un prequel emotivo.
Quello del 24 aprile era, sulla carta, il primo live ufficiale di Cerotti. In realtà, è stato qualcosa di più: un momento di passaggio per una scena che cerca nuove voci credibili.
All’Alcazar Live non si è assistito a un concerto perfetto. Ma a qualcosa di più interessante: un artista che, per la prima volta, smette di proteggersi e si regala a piene mani in tutta la sua complessa fragilità.