Avevo intuito che la cosiddetta “manosfera” non fosse qualcosa di positivo, ma non sapevo nello specifico cosa fosse, non mi era mai capitato di approfondire. Poi ho visto Inside the Manosphere, il documentario Netflix di Louis Theroux, e mi ha lasciato addosso più domande che risposte. Ed è forse proprio questo il suo punto di forza.
Il documentario non sceglie la strada più facile: non c’è né una condanna esplicita, né una presa di posizione urlata. Louis Theroux fa qualcosa di molto più sottile e intelligente, secondo me: lascia parlare alcuni tra i più noti influencer della manosfera, portandoli, spesso, a contraddirsi da soli. Più che smascherarli direttamente, li mette nelle condizioni di autoesporsi.
Ma di che cosa si tratta? Il documentario esplora l’universo online della manosfera, ovvero quell’ecosistema di content creator e influencer che promuovono un modello aggressivo e ipervirile di mascolinità, rivolgendosi soprattutto a uomini giovani e adolescenti, attraverso contenuti provocatori e misogini, spacciandoli per motivazionali.
Ed è qui che arriva la domanda che mi sono posta, che mi è venta spontanea: questi personaggi ci sono o ci fanno? Credono realmente a ciò che dicono oppure stanno semplicemente vendendo un personaggio molto redditizio?
La parte più disturbante del documentario, infatti, non è la superficie fatta di lusso ostentato, corpi scolpiti e sicurezza esibita. È il meccanismo che c’è dietro. Un’intera economia costruita sulla vendita di una mascolinità tossica, rigida e stereotipata. Un modello vecchio, ma riproposto come se fosse rivoluzionario.
L’uomo della manosfera è il “maschio alfa”: dominante, ricco, emotivamente impenetrabile. Un uomo che deve comandare, controllare, guadagnare. Che arriva persino a rivendicare la “monogamia unilaterale”, pretendendo fedeltà mentre per sé reclama libertà assoluta. È una figura che misura il proprio valore attraverso denaro, status sociale e potere. Le donne, apparentemente, sono solo delle categorie semplificate: prevedibili, manipolabili, inferiori.
La fragilità non è ammessa, il dubbio è una debolezza.
Ma il documentario mostra bene anche le crepe di questa narrazione. Dietro la maschera del maschio alfa emergono incoerenze evidenti, insicurezze profonde e una continua necessità di conferme. E allora diventa difficile non vedere la manosfera per ciò che in realtà è, anche sul piano economico: un business. Più il messaggio è provocatorio, più genera reazioni. Più genera reazioni, più produce visualizzazioni, abbonamenti, corsi, follower e quindi soldi.
Ed è forse questo l’aspetto più pericoloso a mio avviso: non tanto l’esistenza di questi uomini, quanto il fatto che questo modello venga venduto come obiettivo da raggiungere, soprattutto a ragazzi molto giovani e ancora fragili nella costruzione della propria identità.
Rimane poi una domanda scomoda, che il documentario forse fa solo intravedere ma che secondo me vale la pena affrontare: quanto alcune donne, attratte dal lusso, dal potere e dallo status sociale, finiscono per accettare questo modello? O forse quante donne si prestano a fare finta di accettarlo per i vantaggi che ne ricevono? Non è una responsabilità equivalente, ma è una dinamica che esiste e che merita di essere discussa senza semplificazioni.
Alla fine, Inside the Manosphere non è solo un documentario sulla misoginia online. È un racconto su come le insicurezze possano essere trasformate in mercato, su come certi modelli riescano a reinventarsi perfettamente dentro la logica dei social. E proprio perché evita il tono moralista, riesce a essere ancora più inquietante.
Alla fine, però, mi sono ritrovata a pensare alla mia domanda iniziale: ci sono o ci fanno? La mia risposta è: ci fanno. O almeno, molti di loro. Perché la provocazione paga, l’estremismo vende e il personaggio funziona meglio della persona reale.
Ma subito dopo me ne è arrivata un’altra: mio figlio tredicenne li segue?
Nel documentario si vedono ragazzini che riconoscono i personaggi del documentario per strada. E qui per un momento la questione smette di essere “sociologica” e diventa personale.
Così gliel’ho chiesto.
La sua risposta è stata: “Ma chi sono?”
Forse sono salva. Forse. E forse anche lui, per ora!