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I Cani alla Cavea: Roma canta la lingua di una generazione

Roma, per una sera, ha rischiato seriamente di metterci lo zampino. Un nubifragio di quelli capaci di trasformare le strade in corsi d’acqua, di bloccare la città e di far sembrare una serata all’aperto un azzardo logistico ha imperversato sulla Capitale fino al tardo pomeriggio. Poi, quasi per una forma di rispetto nei confronti di un appuntamento così atteso, l’acqua ha smesso di cadere. E alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, ieri sera, sono saliti I Cani. Tutto è filato liscio, senza contrattempi, per quasi due ore. Come se il temporale fosse stato soltanto il prologo involontario di una serata che aveva bisogno di cominciare nel modo più romano possibile: nel caos, per poi trovare finalmente una propria misura.

Quella di ieri era la prima delle due date romane del progetto di Niccolò Contessa, entrambe sold out, con il secondo appuntamento previsto il giorno seguente. Una doppia tappa che certifica, semmai ce ne fosse ancora bisogno, quanto il ritorno dal vivo de I Cani non sia stato un semplice episodio nostalgico. Dopo anni lontani dai palchi, Contessa e soci sono tornati a occupare uno spazio che nel frattempo è diventato quasi mitologico, specialmente quando giocano in casa.

Perché intorno alla band, nel corso degli anni, si è formato qualcosa di più resistente di una semplice fanbase. Un culto, certo, ma anche un sistema di riferimenti, citazioni, atteggiamenti, lessico e memorie condivise. È il curioso destino di un progetto nato quasi in sordina e capace invece di diventare uno dei punti cardinali della nuova musica indipendente italiana. I Cani non si sono mai proposti come capiscuola, né hanno costruito una scuola nel senso tradizionale del termine. Eppure lo sono diventati.

Quando nel 2011 arrivò ‘Il sorprendente album d’esordio de i Cani’, il titolo sembrava quasi una provocazione e invece conteneva già una buona dose di verità. Sorprendente lo era davvero, per scrittura, approccio, immaginario e capacità di fotografare un preciso modo di vivere la contemporaneità. Da lì in avanti, con ‘Glamour’ nel 2013 e ‘Auroraì nel 2016, il progetto di Contessa ha contribuito a spostare progressivamente l’indie italiano verso una forma più dichiaratamente pop, senza per questo rinunciare a quell’attitudine dimessa, ironica e straniante che ne aveva decretato il successo. ‘Post mortemì, quarto capitolo arrivato dopo una lunghissima assenza, ha riaperto quella storia senza trasformarla in un museo.

Ed è proprio questo il primo elemento interessante emerso dalla serata romana: I Cani non sono una cover band di se stessi. Non salgono sul palco per riprodurre fedelmente un passato che, per una parte consistente del pubblico, coincide con gli anni della formazione personale. Al contrario, la scaletta costruisce un percorso abbastanza equilibrato attraverso i quattro album, lasciando però ai brani dell’ultomo album uno spazio leggermente maggiore. Una scelta intelligente, perché evita la trappola del greatest hits nostalgico e restituisce dignità anche alla parte più recente del repertorio.

L’avvio mette immediatamente in chiaro la direzione della serata. Poi arrivano brani appartenenti a epoche diverse della discografia, che messi in fila mostrano quanto la scrittura di Contessa abbia saputo conservare una riconoscibilità quasi istantanea. Basta una frase, un giro armonico, una particolare inflessione vocale perché una parte del pubblico reagisca come davanti a qualcosa che non ascolta semplicemente, ma riconosce.

È forse questa la vera forza della band dal vivo: il rapporto con il pubblico non ha bisogno di essere continuamente sollecitato. Non ci sono grandi discorsi, non servono proclami, non occorrono artifici da intrattenimento. Le canzoni fanno il lavoro. E il pubblico, in una Cavea strapiena, dimostra di conoscere perfettamente le regole non scritte di questo particolare rito collettivo.

I brani più intimi si alternano a quelli capaci di allargare la dimensione sonora del concerto, mentre la scrittura di Contessa torna a mettere insieme cronaca sentimentale, ossessioni urbane, autobiografia generazionale e cultura pop. È uno dei suoi marchi di fabbrica: raccontare l’ordinario senza renderlo banale e l’assurdo senza trasformarlo in macchietta.

La serata procede senza cali evidenti e, con il passare dei minuti, diventa sempre più evidente quanto il tempo trascorso lontano dai palchi non abbia indebolito il legame fra la band e il proprio pubblico. Anzi, forse lo ha reso ancora più intenso. Le canzoni sono rimaste lì, sedimentate nella memoria collettiva, pronte a riemergere non appena vengono riconosciute dalle prime note.

Dopo quasi un’ora e mezza, il concerto non mostra cedimenti e il finale diventa una lunga passerella di brani che hanno ormai assunto lo status di piccoli classici generazionali. È il momento in cui la Cavea si trasforma definitivamente in un unico coro, con il pubblico che canta, anticipa le parole, riconosce ogni passaggio e restituisce alla band una quantità di energia che non ha bisogno di essere suggerita.

Il concerto si chiude dopo quasi due ore, lasciando la sensazione di aver assistito non tanto alla celebrazione di una carriera quanto alla verifica di un rapporto ancora solidissimo. Ed è proprio questo il punto: I Cani non sembrano interessati a dimostrare di essere tornati. Il loro ritorno è già un fatto acquisito. Quello che conta è capire cosa significhi oggi suonare quelle canzoni davanti a un pubblico che nel frattempo è cresciuto insieme a loro.

La cosa più sorprendente, in fondo, è che I Cani continuino a essere un progetto contemporaneo senza dover inseguire la contemporaneità. Non hanno bisogno di rincorrere le mode, di commentare il presente, di trasformare ogni apparizione in un evento mediatico. La loro stessa rarefazione ha contribuito ad alimentarne il mito, ma sarebbe riduttivo pensare che il culto dipenda soltanto dall’assenza. Se così fosse, il ritorno sul palco avrebbe potuto essere un esercizio di nostalgia. Non lo è stato.

La Cavea ha restituito invece l’immagine di una comunità musicale ancora sorprendentemente viva. Il pubblico canta, anticipa le parole, reagisce alle introduzioni strumentali, riconosce i dettagli, si diverte anche per l’uso originale dei visual che accompagnano costantemente i brani. E soprattutto accetta la natura particolare di un progetto nato nell’indie e diventato pop senza mai smettere di sembrare, almeno in parte, estraneo alle regole del pop.

È forse questo il paradosso più interessante della loro storia. Contessa è stato uno dei protagonisti della trasformazione dell’indie italiano in qualcosa di più largo, accessibile e popolare, ma I Cani non hanno mai dato l’impressione di voler diventare un modello. Sono diventati un modello lo stesso. Hanno indicato una strada che altri avrebbero percorso, spesso con maggiore esposizione e minore reticenza, mentre loro continuavano a procedere lateralmente, quasi infastiditi dall’idea di essere osservati.

Ieri sera, però, la Cavea li ha osservati eccome. E li ha ascoltati con l’attenzione che si riserva a chi, nel bene e nel male, ha lasciato una traccia. Il temporale aveva provato a complicare la serata, ma alla fine Roma ha avuto il suo appuntamento, ehm, “cinofilo”. La prima delle due notti è passata in un attimo, con quasi due ore di musica e un repertorio capace di attraversare quattro dischi senza perdere coesione, da ‘Buco Nero’ a ‘Lexotan’, passando per altri instant classic come ‘Il Posto Piu Freddo’ e ‘I Pariolini di Diciott’Anni’.

Come già detto, quello de I Cani non è semplicemente un ritorno. È la verifica, dal vivo, di quanto un progetto nato come anomalia sia riuscito a diventare una lingua. E di quanto, a distanza di anni, quella lingua continui a essere parlata.

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