Testo di Margherita Montoneri e Fabio Babini
Foto di Tommaso Notarangelo
Foto di Tommaso Notarangelo
Roma, Via IV Novembre. La Chiesa Valdese si trasforma in una cassa armonica di visioni e vibrazioni profonde. La navata raccoglie ogni increspatura sonora e la restituisce con una nitidezza quasi tattile. L’acustica – da sempre punto di forza dello spazio – esalta ogni dettaglio, dal sussurro elettronico al colpo più deciso. Il silenzio iniziale è già parte della composizione.
L’apertura: Mai Mai Mai
Ad aprire la serata è Mai Mai Mai, progetto che scava tra industrial materico, bordoni dilatati e campionamenti di matrice etnica. Il set si sviluppa come una lenta combustione: percussioni trattate, frammenti vocali ancestrali, riverberi che sembrano emergere da una memoria lontana.
Non servono picchi estremi per generare tensione: la costruzione è progressiva, stratificata, quasi tellurica, con le basse frequenze che scorrono tra le panche e i loop che si intrecciano in una trama ipnotica. È un rito contemporaneo che prepara il terreno alla discesa successiva.
Iggor Cavalera: tra live electronics e percussioni
Quando Iggor Cavalera prende posto, dietro al setup di synth e drum machine, l’atmosfera cambia immediatamente. Nessun compiacimento, nessuna nostalgia: solo esplorazione sonora pura.
La prima sezione del live si muove tra drone e ambient. Onde sintetiche si distendono come respiri profondi, cluster elettronici affiorano e si dissolvono. I visual proiettati amplificano l’immersione, tra geometrie fluide, texture astratte, bagliori intermittenti che dialogano con le frequenze. L’occhio e l’orecchio vengono trascinati nello stesso flusso.
Poi la superficie si incrina, l’aria si fa più densa, il suono più abrasivo. L’harsh noise irrompe con venature taglienti, mentre pulsazioni electro frammentano la struttura in pattern irregolari. È una tensione controllata, mai caotica: ogni elemento trova la propria collocazione nello spazio sonoro.
Il pubblico resta raccolto, quasi in ascolto meditativo. Ogni variazione è percepita come uno spostamento d’asse.
La catarsi finale
Nell’ultima parte del set, Cavalera lascia progressivamente l’elettronica per sedersi alla batteria. Il gesto diventa fisico, corporeo: colpi secchi, ritmiche tribali, dinamiche serrate: non semplice accompagnamento, ma detonazione calibrata.
Le percussioni si intrecciano alle sequenze residue, creando un dialogo serrato tra organico e sintetico. La sala vibra senza perdere definizione: ogni rullata è scolpita, ogni cassa rimbomba con precisione.
Il climax arriva per accumulo, non per scatto improvviso. Quando l’ultimo battito si dissolve, resta un silenzio carico, quasi sacrale.
La Chiesa Valdese si conferma cornice ideale per un’esperienza di questo tipo: suggestiva, raccolta, capace di trasformare un concerto in attraversamento sensoriale. Dall’industrial rituale di Mai Mai Mai all’esplorazione radicale di Iggor Cavalera, la serata si è imposta come un viaggio coerente, intenso, fuori dal tempo.
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