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Destroyer, spogliato e senza rete: Dan Bejar in solitudine al Monk

Martedì 22 settembre, al Monk di via Mirri, l’universo di Destroyer si restringe fino a diventare una voce, una chitarra e una manciata di silenzi. È una scelta che modifica radicalmente la percezione di un repertorio costruito, nel corso di quasi trent’anni, attraverso arrangiamenti stratificati, derive elettriche, orchestrazioni oblique e una certa inclinazione per il barocco. Questa volta, invece, Dan Bejar si presenta da solo, senza band e senza una rete sonora capace di attutire gli spigoli dei suoi brani. Ne viene fuori un concerto raccolto, quasi domestico, che finisce per assumere un valore diverso da quello di una semplice esibizione acustica: è un’occasione per osservare da vicino la struttura portante di un canzoniere complesso, talvolta sfuggente, sempre riconoscibile.

Anche l’ambiente contribuisce alla trasformazione. Il Monk appare insolitamente intimo, con la sala predisposta prevalentemente con posti a sedere. Non manca, naturalmente, chi preferisce restare in piedi: un discreto gruppo si sistema in fondo allo spazio, altri lungo il lato destro della sala. Nel complesso, però, prevale una disposizione che invita all’ascolto più che alla partecipazione fisica. Non c’è la dimensione del club rumoroso, né quella del concerto da vivere attraverso il movimento del pubblico. Si crea piuttosto una piccola comunità temporanea di ascoltatori, “costretti” quasi naturalmente a concentrarsi sulle parole, sulle pause, sui cambi di accordo.

È proprio qui che la formula scelta da Bejar mostra il suo lato più interessante. Privato degli arrangiamenti avvolgenti che spesso hanno caratterizzato il suono dei Destroyer, il materiale viene ricondotto alla sua essenza. La chitarra acustica non cerca di sostituire l’ampiezza delle versioni in studio e la voce non tenta di mascherare nulla. Al contrario, tutto viene lasciato esposto. Le canzoni devono reggersi da sole.

E si scopre così quanto il songwriting di Bejar sia meno lineare di quanto la familiarità con i suoi dischi possa far pensare. Le sue composizioni procedono spesso attraverso traiettorie irregolari, con una metrica che sembra sfidare continuamente la naturalezza del canto. Le parole sono fitte, verbosamente elaborate, piene di deviazioni e incastri; talvolta sembrano precedere la musica, altre volte costringerla a cambiare direzione. Anche la forma dei brani conserva qualcosa di sghembo, quasi refrattario alla ricerca di una soluzione elegante. È una caratteristica che costituisce insieme uno dei maggiori pregi e uno dei limiti più evidenti della sua scrittura.

Senza la protezione di un arrangiamento complesso, infatti, alcune intuizioni appaiono ancora più brillanti, mentre altre mostrano le proprie asperità. Certi passaggi acquistano una forza sorprendente proprio perché privati di qualsiasi ornamento; altri lasciano intravedere una costruzione meno impeccabile, una frase che sembra inciampare sulla successiva, un’idea melodica che avrebbe forse bisogno di maggiore spazio per respirare. Ma è anche questa imperfezione a impedire alle canzoni di diventare esercizi di stile. Il buon Daniel non sembra interessato a rendere il proprio materiale più accomodante. Preferisce conservarne le eccentricità, anche quando queste rischiano di mettere in difficoltà l’ascoltatore.

Nel corso della serata affiorano molte delle diverse stagioni di una carriera ormai trentennale. Non è tanto una celebrazione cronologica quanto una sorta di attraversamento trasversale di un repertorio che, pur cambiando pelle, ha sempre mantenuto al centro una scrittura immediatamente identificabile. Ascoltate in questa veste, le canzoni sembrano perdere temporaneamente la loro appartenenza a un determinato disco e diventare capitoli di una stessa lunga storia autoriale.

Bejar, dal canto suo, non ha bisogno di trasformarsi in un animale da palcoscenico. La sua presenza rimane laterale, poco incline alla teatralità convenzionale. Eppure proprio questa apparente sottrazione produce un magnetismo particolare. C’è qualcosa di ironico, sfuggente e al tempo stesso vulnerabile nel modo in cui affronta il repertorio, come se ogni brano fosse ancora un oggetto da maneggiare con cautela, mai completamente risolto. La voce, lasciata sola davanti alla sala, accentua questa sensazione: non è necessariamente bella nel senso più tradizionale del termine, ma è una voce che possiede un’identità precisa, impossibile da confondere.

Il concerto del Monk finisce così per essere una sorta di radiografia di Destroyer. Tolto quasi tutto ciò che negli anni ha contribuito a definire il suo suono, rimangono le canzoni e l’autore che le ha scritte. E ciò che emerge non è un’immagine semplificata del suo stile, ma il contrario: un artista ancora più complesso, con le proprie ossessioni, le proprie incongruenze e una scrittura capace di alternare intuizioni fulminanti e ostinazioni talvolta difficili da decifrare.

In una sala raccolta, seduto o in piedi a pochi metri dal palco, il pubblico non può che confrontarsi direttamente con tutto questo. Non ci sono chitarre elettriche a moltiplicare le prospettive, come avviene ad esempio nei suoi (ottimi) lavori con i New Pornographers, né arrangiamenti a costruire un paesaggio nel quale perdersi. Ci sono soltanto una voce, sei corde e una serie di canzoni che resistono, oppure mostrano le proprie crepe. È probabilmente questo il senso più autentico della serata: mettere Destroyer davanti al proprio repertorio senza mediazioni e scoprire che, una volta rimossa la scenografia, il fascino del cantautore canadese non diminuisce. Diventa semplicemente più difficile da ignorare.

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