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“Despero” Il romanzo di Gianluca Morozzi

A venticinque anni dalla sua prima pubblicazione, “Despero” di Gianluca Morozzi torna in una nuova edizione firmata Fernandel Editore, riaffermando il suo ruolo di romanzo chiave per comprendere una certa narrativa italiana legata alla musica e alle dinamiche generazionali.

Al centro del libro c’è una band sull’orlo della dissoluzione, un microcosmo in cui si riflettono tensioni più ampie: ambizioni artistiche, frustrazioni personali, rapporti logorati dal tempo. Il protagonista Kabra osserva e attraversa questo mondo con uno sguardo lucido, spesso disilluso, che restituisce al lettore una realtà lontana da qualsiasi retorica romantica.

La scrittura di Morozzi è diretta, ritmica, costruita su dialoghi incisivi e scene rapide, capace di restituire il senso di urgenza tipico degli esordi. Non c’è ricerca di stile fine a sé stessa, ma una volontà precisa: raccontare senza filtri.

Questa edizione speciale aggiunge un ulteriore livello di lettura: attraverso prefazione e appendice, l’autore torna sul proprio debutto con uno sguardo maturo, offrendo una riflessione sul tempo, sulla scrittura e sull’evoluzione personale. 

A 25 anni dall’uscita, “Despero” torna in un’edizione definitiva: cosa significa oggi rileggere il suo esordio con lo sguardo dell’autore maturo?

In realtà devo fare una confessione: non l’ho riletto. Proprio perché sono passati venticinque anni e ho avuto una maturazione come scrittore, avrei avuto la tentazione di riscriverlo tutto da capo. E avrei sbagliato, perché Despero funzionava anche per la sua urgenza e ingenuità da esordiente. Mi sono fatto segnalare refusi e incongruenze temporali, e ho corretto solo quelle.

Nel romanzo convivono due anime forti, quella musicale e quella sentimentale: quale delle due sente più vicina oggi?

Quella musicale, sempre. In certe cose, come la musica o il calcio, sono esattamente identico a venticinque anni fa, per come le vivo e per come le amo. Sul sentimento…beh, sono felice di aver raccontato il romanticismo alla Florentino Ariza di Kabra quando ancora ero in grado di raccontarlo. 

“Kabra” è un personaggio sospeso tra sogno e disillusione: quanto è cambiato il suo modo di costruire protagonisti nel tempo?

Kabra è un grande sognatore, un personaggio che ha quella purezza e quell’integrità…da personaggio di un romanzo d’esordio. Dopo ho creato personaggi non per forza simpatici, non per forza adorabili, ma molto realistici, o almeno credo! Però voglio molto bene a Kabra, tanto che l’ho ripescato in diversi romanzi successivi, come si può leggere nell’appendice. 

Le lettere mai spedite a “Sarah” restano uno degli elementi più iconici del libro: pensa che oggi quella dimensione emotiva sia ancora riconoscibile per i lettori?

Vedo che è una delle parti più apprezzate. Sì, le lettere non spedite in parte sono tutto quel che Kabra non ha il coraggio di dire per paura di rovinare tutto, in parte diventano spunto per le sue canzoni, e in parte sono una sua piccola psicanalisi scritta. Poi, come insegnano tanti classici, una lettera messa nel posto sbagliato può causare disastri!   

Nel romanzo il successo dei “Despero” nasce quasi per caso, da un brano pensato per ridicolizzare lo star system: quanto c’è di provocazione e quanto di verità in questa dinamica?

L’idea mi è venuta pensando a tutti quegli artisti o quelle band ruvidamente rock o metal che d’un tratto decuplicavano il proprio pubblico pubblicando una ballatona romantica, magari scritta per un film, come la canzone di Bryan Adams per Robin Hood. Non ho mai visto dal vivo gli Extreme, ma mi sono sempre chiesto come si rapportassero con i fan che li conoscevano solo per More than words.   

La copertina di questa edizione è firmata da Stefano Bonazzi: quanto è importante, per lei, l’impatto visivo nel raccontare un romanzo come questo?

Quando si dice una copertina perfetta: questa di Stefano Bonazzi. Che ha riportato l’immagine iconografica di Freewheelin di Bob Dylan (poi ripresa, per esempio, anche dai Diaframma di Anni luce) davanti alla Due Torri di Bologna, sotto uno splendido cielo arancione. Io, se questo libro non lo avessi scritto io, lo comprerei anche solo per la copertina!

Guardando proprio alla copertina, crede che riesca a restituire l’anima “rock e romantica” del libro o ne offre una lettura diversa, più contemporanea?

Intanto ripropone il rapporto tra Kabra e Sarah, che al di là di tutti i non detti sentimentali sono grandi amici e per qualche anno anche compagni di band. A me questa parte interessava molto, anche perché molti lettori hanno odiato Sarah…beh, non volevo renderla antipatica, ero solo un po’ inesperto e tagliavo i personaggi con l’accetta, specialmente se visti con gli occhi del protagonista.

Sono molto fiero di averla riscattata in Confessioni di un povero imbecille, facendole raccontare la sua versione dei fatti. 

Se dovesse descrivere “Despero” oggi a chi non lo ha mai letto, partirebbe dalla storia, dalla musica o da quell’immaginario visivo che la copertina contribuisce a evocare?

Direi: c’è una chitarra trovata in un’auto bruciata, c’è una ragazza che assomiglia a Mariel Hemingway, c’è la Bologna di fine secolo. E una bellissima colonna sonora. (Per forza, l’ho scelta io!)

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