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25 anni di “Se mi rilasso…collasso”. Bandabardò a Largo Venue

Il 7 marzo, al Largo Venue di Roma, la festa ha avuto il sapore delle cose che resistono al tempo. Non un semplice concerto, ma una scatenata festa collettiva: venticinque anni di: Se mi rilasso collasso, uno dei dischi più iconici della scena folk-rock italiana, riportato sul palco dalla sua creatura più rumorosa e gioiosa, la Bandabardò.

In platea non c’è solo nostalgia: c’è una comunità intergenerazionale che conosce le canzoni parola per parola. Quando la band sale sul palco, l’impressione è quella di entrare a far parte di una celebrazione fatta di sudore, fiati, chitarre acustiche tirate al massimo e il cui respiro profondo è rappresentato da quell’energia anarchica che da sempre è il marchio di fabbrica del gruppo fiorentino.

L’apertura con Vento è una dichiarazione immediata: ritmo serrato, pubblico già in coro, e il Largo Venue che si trasforma in una piccola balera rock. Pedro arriva subito dopo, con quel groove vagabondo che mescola folk, patchanka e spirito da strada. È il momento perfetto per capire che la serata non sarà un semplice revival: queste canzoni respirano ancora.

Con Cuore a metà e Disegnata l’atmosfera cambia leggermente: meno frenesia, più malinconia. Sono brani che mostrano il lato romantico della Bandabardò, quello che ha sempre saputo raccontare fragilità e sogni con una leggerezza solo apparente. Estate paziente riporta invece la sala verso una dimensione quasi cinematografica, tra chitarre che si inseguono e cori che diventano collettivi.

La festa esplode davvero con 20 Bottiglie: pogo improvvisato, bicchieri alzati e un’energia che sembra uscita direttamente da un festival di paese alle tre del mattino. Finaz Drom ed Ewa tengono alta la tensione musicale, mentre Mojito e Sciopero riportano quella miscela irresistibile di ironia e spirito ribelle che ha sempre attraversato il repertorio della band.

Quando partono Ubriaco e Povera Consuelo, il pubblico canta così forte da coprire quasi la band. È uno di quei momenti in cui il concerto smette di essere palco e platea: diventa una festa condivisa. Il muro del canto e Solo in mezzo al bar continuano su questa linea narrativa fatta di personaggi notturni, amici persi e storie raccontate con il sorriso storto di chi sa che la vita è un po’ tragicomica.

Il finale della scaletta principale è un crescendo emotivo: W Fernandez, Caro amico, Giornata e soprattutto Manifesto suonano come una dichiarazione di identità.

Poi arrivano i bis, e la sala è ormai una massa compatta di cori e mani alzate. Succederà riaccende la speranza, Mon Dieau e Sette Re spingono sull’acceleratore del folk-rock, mentre Beppeanna chiude la serata come una vecchia storia raccontata tra amici, tra ironia e affetto.

A venticinque anni dalla sua uscita, Se mi rilasso collasso non è solo un album che ha segnato la storia del folk rock italiano: è ancora una mappa emotiva per chi cerca nella musica un luogo dove sentirsi parte di qualcosa. E al Largo Venue, per un paio d’ore, quella mappa ha portato tutti nello stesso posto: sotto il palco, a cantare a squarciagola.

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