Il 2 Ottobre Rubber Soul tornerà nei negozi e sulle piattaforme in una nuova serie di edizioni che permetteranno di riascoltare uno dei passaggi più importanti della storia dei Beatles da prospettive diverse (UMG e Apple Corps Ltd).
Nuovi mix, il mono originale, la versione americana del 1965, sessioni, demo e registrazioni mai pubblicate: un lavoro pensato soprattutto per chi quel disco lo conosce già molto bene, ma anche una buona occasione per chi non lo ha mai ascoltato davvero.
Perché, prima ancora di parlare della nuova ristampa, vale la pena fermarsi su Rubber Soul.
Era il 3 Dicembre 1965 quando il sesto album dei Beatles arrivò nei negozi britannici. Erano passati pochi mesi da Help!, da un’altra tournée americana e dalla storica esibizione allo Shea Stadium di New York davanti a più di 55 mila persone.
I quattro erano ancora dentro la Beatlemania, ma musicalmente stavano cominciando a guardare altrove.
Rubber Soul nasce proprio in quel momento di passaggio.
La differenza si avverte senza bisogno di conoscere la storia che sta dietro alle registrazioni. Basta mettere sul piatto Drive My Car e poi lasciar scorrere il disco.
Arrivano Norwegian Wood (This Bird Has Flown), You Won’t See Me, Nowhere Man, Think For Yourself, The Word e Michelle.
Dall’altra parte ci sono Girl, I’m Looking Through You, In My Life, Wait, If I Needed Someone e Run For Your Life.
Quattordici brani che raccontano un gruppo ancora riconoscibile al primo ascolto, ma già meno interessato a ripetere la formula che lo aveva portato al successo.
È questo, forse, il primo aspetto da ricordare di Rubber Soul; perché i Beatles non stanno ancora demolendo quello che hanno costruito, ma stanno iniziando a modificarlo dall’interno.
Le canzoni diventano più personali, i testi sono meno legati alle dinamiche sentimentali più immediate, gli arrangiamenti acquistano un peso diverso.
George Harrison porta dentro Norwegian Wood il sitar, segnale concreto della sua crescente attenzione verso la musica e la cultura indiana.
E poi c’è lo studio, i Beatles stanno imparando che il disco può diventare uno spazio creativo nel quale sperimentare, provare strade diverse, cambiare suoni e arrangiamenti senza dover necessariamente pensare a come riprodurli su un palco.
Rubber Soul viene registrato in appena quattro settimane, tra Ottobre e Novembre del 1965 e segna un momento nel quale le idee dei quattro cominciano a trovare nello studio un luogo sempre più importante per svilupparsi.
È anche uno dei momenti in cui l’album comincia a diventare qualcosa di più della somma delle singole canzoni, non la semplice raccolta di 45 giri.
Questo è un passaggio fondamentale; nel 1965 il mercato dei singoli resta centrale e, non è un caso, che contemporaneamente alle registrazioni di Rubber Soul i Beatles lavorino a Day Tripper e We Can Work It Out, destinati a diventare un doppio lato A.
Ma il nuovo album mostra che il gruppo sta iniziando a pensare in una dimensione più ampia.
Ascoltare oggi Rubber Soul significa quindi tornare a un momento nel quale la musica pop stava allargando i propri confini e, i Beatles, erano nel pieno di questo movimento.
Non è ancora Revolver certo, nemmeno Sgt. Pepper… ma senza Rubber Soul quei dischi sarebbero difficili da immaginare nello stesso modo.
Sessant’anni dopo (e più), si torna dentro lo studio, é qui che la nuova edizione del 2 Ottobre diventa interessante.
La ristampa arriva in diversi formati e non si limita a proporre l’album con un nuovo trattamento sonoro.
Il nuovo mix stereo è stato realizzato da Giles Martin e Sam Okell a partire dai master originali a quattro piste, utilizzando anche la tecnologia di demixing sviluppata dal team di Peter Jackson presso la WingNut Films Productions Ltd.
Il progetto comprende inoltre un nuovo mix Dolby Atmos e conserva il mono originale.
Ma la parte che probabilmente farà la differenza per chi conosce già il disco, è quella dedicata alle registrazioni di lavorazione.
La Super Deluxe raccoglie 24 session recording, 20 dei quali mai pubblicati prima, insieme a tre demo casalinghi inediti. Si possono così ascoltare alcune delle canzoni mentre prendono forma.
Molte versioni di Norwegian Wood, le prime lavorazioni di Drive My Car e Nowhere Man, le prove di I’m Looking Through You, Michelle, In My Life e altro materiale che permette di seguire più da vicino il percorso compiuto dai Beatles prima di arrivare alle versioni finite.
C’è anche Day Tripper in una registrazione di lavoro dedicata alla scrittura e una prima versione di We Can Work It Out.
E poi c’è una piccola sorpresa destinata a far parlare molto i fan: Little Girl, una traccia di lavoro di John Lennon mai pubblicata e, fino a oggi, nemmeno conosciuta come registrazione esistente.
Non è soltanto materiale aggiuntivo, é un modo diverso di ascoltare un disco che conosciamo da sessant’anni.
Perché una canzone finita racconta il risultato, mentre una take, una prova, una demo raccontano invece il dubbio, il tentativo, la strada che avrebbe potuto prendere e quella che alla fine è stata abbandonata.
Ed è proprio lì che un disco come Rubber Soul può tornare a sorprenderci.
Anche la storia del disco passa dalla nuova edizione, perché la Super Deluxe permette di recuperare la versione mono originale e quella americana del 1965, che aveva una scaletta diversa rispetto all’edizione britannica.
Una scelta che oggi può sembrare curiosa, ma che allora era normale: i Beatles non venivano distribuiti nello stesso modo sui due mercati.
Il box più completo contiene cinque LP, un 7 pollici con Day Tripper e We Can Work It Out e soprattutto un libro rilegato di 88 pagine.
La versione in quattro CD ripropone sostanzialmente lo stesso percorso, mentre sono disponibili anche edizioni più compatte in uno o due CD, uno o due LP e una versione Blu-ray con audio stereo ad alta risoluzione e Dolby Atmos.
Il libro porta inoltre la firma ideale di due Beatles: Paul McCartney con una nuova introduzione e John Lennon attraverso una prefazione costruita con le sue parole e le sue riflessioni su Rubber Soul nel corso degli anni.
Un disco da avere, anche se non sei un fan dei Beatles.
Lo ammetto: io con i Beatles ho un rapporto che va ben oltre il semplice ascolto, sono e restano una presenza costante nella mia vita musicale e, tra casa e ufficio, nel tempo ho finito per circondarmi di dischi, libri e oggetti che li ricordano.
Ma proprio per questo penso che Rubber Soul non debba essere consigliato soltanto a chi, come me, conosce a memoria la storia dei Fab Four.
Anzi, forse è uno dei dischi migliori da mettere nelle mani di chi pensa di non essere particolarmente interessato ai Beatles.
Perché ascoltandolo oggi non ci si trova davanti soltanto a un documento del 1965, si incontra una band che sta cambiando mentre è ancora all’apice del proprio successo.
Un gruppo che ha già capito di poter fare qualcosa di diverso, ma non ha ancora idea di quanto lontano potrà arrivare.
E forse è proprio questa la parte più affascinante.
Rubber Soul non ha bisogno di essere trasformato in qualcosa di nuovo per continuare ad avere un senso.
Il lavoro fatto oggi negli archivi serve piuttosto a mostrarci cosa accadeva dietro quelle quattordici canzoni, quanto lavoro ci fosse prima di arrivare alle versioni che abbiamo imparato a conoscere e quante possibilità siano rimaste nascoste nei nastri.
Il 2 Ottobre arriverà dunque un nuovo Rubber Soul, ma il disco, quello vero, era già lì sessant’anni fa.
E se qualcuno non lo ha mai ascoltato dall’inizio alla fine, questa potrebbe essere una buona occasione per farlo.
Magari partendo semplicemente da Drive My Car, lasciando andare il disco senza saltare una traccia e arrivando fino a Run For Your Life.
Poi, eventualmente, si potrà cominciare a discutere di quale sia il Beatles più importante, prima però conviene ascoltarli.