Quella dei Litfiba, non è una semplice reunion e non è nemmeno il classico tour celebrativo costruito intorno a un anniversario.
Il ritorno sul palco di 17 Re ha restituito al pubblico, uno dei dischi più importanti della storia del rock italiano, riportando insieme Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi per rileggere, quarant’anni dopo, un’opera che continua a interrogare il presente.
Quarant’anni dopo, la domanda non è soltanto cosa abbia rappresentato 17 Re nel 1986, ma perché continui ad avere qualcosa da dire oggi.
La tournée dedicata ai quarant’anni di 17 Re, partita alla fine di giugno da Perugia e destinata a proseguire fino alla fine di Luglio, nasce proprio da questa necessità: tornare su un disco del passato per capire cosa sia rimasto vivo del suo messaggio, delle sue inquietudini e della sua capacità di raccontare il rapporto tra individuo e potere.
A rendere ancora più particolare e significativo questo ritorno, c’è stata la pubblicazione di un tassello rimasto nascosto per quattro decenni: 17 Re, la canzone che da il titolo all’album ma che, paradossalmente, nel 1986 rimase fuori dalla tracklist definitiva.
Una canzone presente soltanto sulla carta, attraverso il testo stampato nella copertina originale, e rimasta sospesa fino a oggi.
Per comprendere il significato di questo viaggio, bisogna però tornare indietro nel tempo.
Bisogna tornare al Dicembre del 1986, é in quel momento storico che i Litfiba pubblicano un album destinato a diventare il cuore della loro cosiddetta Trilogia del Potere: un percorso artistico iniziato con Desaparecido e concluso con Litfiba 3, dedicato alle diverse forme attraverso cui il potere condiziona la vita degli individui.
Ma 17 Re non è soltanto il racconto di un’epoca.
È anche la storia di una band che, partendo dalla scena underground fiorentina degli anni Ottanta, riuscì a costruire un linguaggio originale, capace di unire la tensione della new wave europea, l’energia del rock e una sensibilità profondamente mediterranea.
Quarant’anni fa, il mondo non era quello che conosciamo oggi.
La Guerra Fredda continua a rappresentare il principale elemento di tensione internazionale. Il Muro di Berlino divide ancora fisicamente e simbolicamente l’Europa, mentre in molte aree del pianeta gli effetti dei regimi autoritari e delle dittature militari sono ancora drammaticamente presenti.
È un periodo nel quale la parola potere ha un peso concreto. Non riguarda soltanto le istituzioni politiche, ma entra nella vita quotidiana delle persone attraverso il controllo dell’informazione, la gestione della paura e la capacità dei grandi sistemi di influenzare il modo di pensare e di vivere.
Nel corso del decennio però, qualcosa sta cambiando. Alle grandi contrapposizioni ideologiche degli anni precedenti si affianca una nuova consapevolezza: il potere non si manifesta soltanto attraverso governi ed eserciti, ma anche attraverso i linguaggi, i modelli culturali e le forme di controllo meno visibili.
In questo clima arriva anche un evento destinato a lasciare una traccia profonda nella coscienza collettiva: il 26 Aprile 1986 l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Černobyl’ apre una nuova riflessione sul rapporto tra tecnologia, informazione e responsabilità politica.
La nube radioattiva che attraversa gran parte dell’Europa diventa il simbolo di una frattura: la consapevolezza che le grandi decisioni prese ai vertici possono avere conseguenze sulla vita quotidiana di milioni di persone.
È un tema che non appartiene direttamente a 17 Re, un disco che non nasce come opera ambientalista, ma che si inserisce in un clima culturale nel quale il rapporto tra individuo, società e potere viene osservato con uno sguardo sempre più critico.
Una sensibilità che, negli anni successivi, accompagnerà anche alcune battaglie personali di Piero Pelù, fino al suo impegno sui temi della tutela ambientale e della sostenibilità.
L’Italia del 1986 vive una fase altrettanto particolare. Il paese sembra aver lasciato alle spalle la stagione più drammatica degli anni di piombo, ma è attraversato da una profonda trasformazione culturale: crescono il peso della televisione commerciale, il consumo di massa e una nuova idea di benessere.
La musica rock, lontana dai grandi circuiti dominati dalla canzone tradizionale e dal pop, cerca ancora un proprio spazio e un proprio linguaggio.
È proprio in questa fase che i Litfiba rappresentano una voce fuori dal coro.
Non sono una band politica nel senso tradizionale del termine. Non costruiscono slogan né raccontano la cronaca.
La loro è una riflessione più ampia: il potere diventa una metafora delle tensioni tra individuo e sistema, tra libertà e controllo.
Prima ancora di essere una band destinata a diventare una delle più importanti della storia del rock italiano, i Litfiba sono il prodotto di un ambiente culturale preciso: la Firenze degli anni ottanta.
Una città che in quel periodo vive una stagione creativa sorprendente, lontana dall’immagine più tradizionale legata al suo patrimonio artistico.
Accanto ai monumenti e alla storia rinascimentale esiste infatti una scena underground vivace, fatta di musica, teatro, arti visive e sperimentazione.
È in questo contesto che nasce il primo nucleo dei Litfiba, all’interno di un circuito nel quale le distanze tra le diverse forme artistiche sono molto meno nette rispetto al passato.
La musica diventa ricerca, contaminazione, linguaggio attraverso cui raccontare inquietudini e trasformazioni sociali.
Il Tenax rappresenta uno dei luoghi simbolo di quella stagione; un laboratorio nel quale si incontrano esperienze diverse, accomunate dalla volontà di superare i confini della musica tradizionale e confrontarsi con ciò che accade nel resto d’Europa.
I Litfiba guardano alla new wave britannica, al post-punk e alle atmosfere più oscure della musica internazionale, ma non si limitano a riproporre quei modelli.
Il loro percorso nasce dall’incontro tra quelle influenze e una sensibilità profondamente italiana: il gusto per il teatro, la forza evocativa della lingua, una dimensione quasi rituale della performance.
Quella stagione nasce anche dall’equilibrio di cinque personalità artistiche.
Accanto a Piero Pelù e Ghigo Renzulli ci sono Gianni Maroccolo al basso, Antonio Aiazzi alle tastiere e Ringo De Palma alla batteria.
È questa formazione a definire il suono della band nella seconda metà degli anni ottanta: una miscela di tensione new wave, energia rock, atmosfere oscure e ricerca sonora.
Ringo De Palma, in particolare, contribuisce con una batteria fisica e nervosa a quella particolare tensione che caratterizza i primi lavori della band.
La sua scomparsa, avvenuta nel 1990 a soli 28 anni, arriverà proprio alla vigilia della trasformazione che porterà i Litfiba verso una nuova fase della loro carriera.
Quando arriva 17 Re, i Litfiba hanno già superato la dimensione della semplice promessa underground.
Il disco porta con sé tutto il percorso compiuto fino a quel momento: la ricerca sonora, la tensione espressiva e il desiderio di raccontare il presente attraverso immagini potenti e non convenzionali.
Se Desaparecido aveva aperto un percorso di riflessione sul rapporto tra individuo, memoria e oppressione, e Litfiba 3 ne avrebbe rappresentato la prosecuzione finale, 17 Re è il momento in cui la visione dei Litfiba raggiunge la sua forma più compiuta.
Non è soltanto un disco di passaggio, ma il punto nel quale tutte le caratteristiche della band trovano un equilibrio: la ricerca sonora, la dimensione teatrale, la forza della scrittura e l’energia di una formazione che in quel momento vive una particolare sintonia creativa.
Il tema del potere, che attraversa idealmente tutta la trilogia, in 17 Re assume una dimensione più ampia.
Non riguarda soltanto i regimi o le strutture politiche, ma diventa una riflessione sul rapporto tra l’individuo e ciò che cerca di limitarne la libertà.
Il Re del titolo diventa così una figura simbolica: rappresenta l’autorità, il controllo, la gerarchia, ma anche la necessità di confrontarsi con ciò che domina la vita delle persone.
I brani del disco costruiscono un percorso fatto di immagini e sensazioni più che di racconti lineari.
La tensione di Re Del Silenzio, l’energia di Apapaia, le atmosfere di Gira Nel Mio Cerchio, la dimensione più oscura di Cane raccontano un universo nel quale inquietudine e desiderio di libertà, convivono continuamente.
È probabilmente questa la ragione per cui 17 Re, continua a essere un album capace di parlare anche al presente: non perché offra risposte definitive, ma perché pone domande ancora aperte sul rapporto tra individuo e sistema.
Quarant’anni dopo, portarlo nuovamente sul palco significa quindi confrontarsi con un’opera che non vive soltanto nella memoria di chi l’ha ascoltata nel 1986, ma continua a trovare nuovi significati nel tempo.
E il progetto non si ferma qui, a Novembre verrà pubblicato un disco Live, il racconto di questo viaggio, quello che cerco di farvi rivivere attraverso le foto che ho scattato al concerto di Roma.