Report live di Fabio Babini
Foto di Daniele Mannozzi
Foto di Daniele Mannozzi
Nella serata del 20 novembre, seconda consecutiva nella capitale ed ultima del tour 2025, l’Auditorium Parco della Musica ha accolto un pubblico numeroso e curioso di scoprire la nuova tappa del percorso artistico di Niccolò Fabi, giunto a Roma con un concerto che ha assunto presto i tratti di un racconto sonoro completo, quasi retrospettivo, ma attraversato da un’energia rinnovata. Già nei primi minuti si percepiva l’intenzione di offrire non solo l’ascolto dei brani di ‘Libertà Negli Occhi‘, il suo nuovo lavoro discografico, ma anche di ripercorrere le molteplici fasi di un cammino ormai lungo più di venticinque anni, ricombinato attraverso arrangiamenti dal respiro più ampio e curato.
La partenza non è stata delle più semplici: i volumi iniziali, inspiegabilmente sbilanciati, rendevano la voce arretrata, lontana dal suo consueto calore, mentre le chitarre, spoglie di sfumature, suonavano rigide, quasi metalliche. Un’apertura un po’ accidentata, che aveva sorpreso gli spettatori più attenti. Fortunatamente, dopo tre brani la situazione si è stabilizzata: al mixer è arrivato il necessario intervento correttivo e la resa complessiva ha trovato il suo equilibrio naturale, permettendo al concerto di decollare davvero.
Superata la fase iniziale, Fabi ha mostrato con chiarezza quanto il nuovo album rappresenti un punto di ulteriore maturazione, tanto sul piano narrativo quanto su quello timbrico. Brani mai ridondanti, spesso costruiti su progressioni delicate che crescono con pazienza, hanno rivelato una ricerca musicale sempre più consapevole, segnale di un artista che non teme di uscire dai confini, pur mantenendo quella sensibilità che gli è riconosciuta da tempo.
Negli ultimi quindici anni la sua scrittura è cambiata in profondità: oggi appare più complessa, stratificata, eppure limpida nella sua capacità di comunicare emozioni, a volte anche con l’urgenza di palesarle esplicitamente.
Gli arrangiamenti della serata suggerivano riferimenti precisi ma mai imitativi. In alcune sequenze affiorava una tensione armonica che ricordava i Radiohead di ‘The Bends‘ e talvolta addirittura Apparat, con chitarre ricche di atmosfera e dinamiche controllate, mentre i passaggi più melodici, sospesi tra introspezione e apertura, evocavano la cura dei dettagli tipica di gruppi contemporanei come i Pineapple Thief, soprattutto nei momenti più accessibili della scaletta.
Queste influenze non venivano mai replicate in modo didascalico; piuttosto, filtrate da una personalità autoriale ormai solida e incanalate nella tradizione del cantautorato mostrano, diventando ingredienti di un linguaggio musicale riconoscibile.
Il viaggio nel repertorio storico era costruito con accortezza, da ‘Una Buona Idea‘ a ‘Costruire‘, passando per le splendide ‘Ecco‘ e ‘Una Somma di Piccole Cose‘. Ogni brano veniva ripresentato sotto una veste leggermente diversa, senza mai tradire la versione originale. Alcuni pezzi degli esordi acquisivano una dimensione più adulta, quasi meditativa, grazie a un uso raffinato delle dinamiche; altri, appartenenti alla fase centrale della sua carriera, suonavano sorprendentemente freschi, sostenuti da scelte ritmiche meno lineari del passato.
I momenti più recenti, quelli nati negli anni in cui Fabi ha consolidato il proprio ruolo di cantautore di riferimento, beneficiavano di ulteriori sfumature che arricchivano la struttura.
La band che lo accompagnava contribuiva in modo fondamentale a questo risultato. Tra tutti spiccava Roberto Angelini, compagno di viaggio di lunga data, che ha confermato ancora una volta quanto il suo contributo chitarristico sia decisivo. Quando Angelini si concentra su ciò che gli riesce naturalmente – intrecciare linee pulite, inventare colori, sostenere senza prevaricare – riesce a dare forma a soluzioni di grande gusto, capace di illuminare arrangiamenti già di per sé mai scontati. Il suo ruolo non è quello del solista invadente, pur dimostrandosi all’occorrenza abile interprete della lead guitar: preferisce creare spazi, enfatizzare nuance, dare respiro all’insieme. Una presenza discreta ma determinante.
Il resto del gruppo non era da meno: ogni musicista sembrava perfettamente consapevole del suono collettivo da costruire. Batteria attenta alle sfumature, basso presente ma mai ingombrante, tastiere essenziali e ricche di texture, hanno formato un impasto sonoro che sosteneva la voce con eleganza, lasciando spazio alle parole senza sacrificare la complessità musicale.
Questa coesione percepibile rendeva ogni brano un piccolo quadro in movimento, costruito con pazienza artigianale.
Nel corso della serata, il pubblico ha ascoltato in religioso silenzio, interrompendolo solo con applausi convinti e reazioni spontanee ai passaggi più intensi. La dimensione intima, valorizzata dagli spazi dell’Auditorium, ha contribuito a rendere l’atmosfera ancora più coinvolgente.
Non c’erano artifici scenici, né proiezioni ingombranti: la forza del concerto risiedeva interamente nella capacità del gruppo di tenere l’attenzione attraverso la musica, senza ricorrere a sovrastrutture.
Il finale, ovvero una versione tirata di ‘Lasciarsi Un Giorno a Roma’, ha ribadito la cifra della serata: una celebrazione del percorso, senza autocelebrazione. Fabi è apparso sereno, consapevole della necessità di evolversi e delle responsabilità che questo comporta, anche nei momenti della vita in cui non tutto sembra girare come vorremmo. Il nuovo disco, insieme a questa serie di concerti, sembra rappresentare un altro capitolo di crescita, costruito con la quieta determinazione che contraddistingue da sempre il suo modo di stare sulla scena. Non cerca l’effetto immediato, punta invece alla profondità emotiva, invitando chi ascolta a un dialogo che continua anche dopo l’ultima nota.
Uscendo dall’Auditorium, la sensazione era quella di aver assistito a un concerto capace di coniugare memoria e innovazione, nostalgia e desiderio di esplorare territori nuovi. Tradizione e tradimento, per usare parole dello stesso autore.
Un equilibrio raro, frutto della maturità di un artista che non ha smesso di interrogarsi e che continua a reinventare la propria poetica, senza mai perdere la delicatezza che ne ha fatto una figura amata e rispettata. Un viaggio sonoro che, pur partendo da Roma, sembrava guardare molto più lontano.