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Mumford & Sons, il folk torna a ruggire a Rock in Roma

C’erano anche i Caamp ad aprire la serata del 7 luglio 2026 a Rock in Roma, e la loro miscela di folk americano, armonie acustiche e malinconia rurale si è rivelata la scelta perfetta per preparare il terreno. Nessun artificio, solo canzoni suonate con il cuore, in perfetta sintonia con lo spirito della band che sarebbe salita sul palco di lì a poco. Un’apertura misurata ma intensa, capace di trasformare l’attesa in aspettativa.

Poi, quando le luci si abbassano e risuonano le prime note di Begin Again, è chiaro che i Mumford & Sons non sono tornati semplicemente per presentare un nuovo tour. Sono tornati per riaffermare un’identità. Dopo anni di evoluzioni sonore, cambi di formazione e deviazioni elettriche, la band britannica ritrova il proprio baricentro: quello di un gruppo che continua a mettere la canzone davanti a tutto.

L’attacco con Little Lion Man è una dichiarazione d’intenti. Il pubblico esplode immediatamente, trasformando l’Ippodromo delle Capannelle in un gigantesco coro. Marcus Mumford dirige la serata con naturalezza, alternando momenti di raccoglimento a improvvise accelerazioni, mentre Winston Marshall ormai appartiene al passato e il gruppo sembra aver trovato un nuovo equilibrio, meno spettacolare ma forse ancora più autentico.

White Blank Page conserva tutta la sua forza emotiva, mentre Rubber Band Man e Awake My Soul ribadiscono quanto il repertorio storico continui a funzionare dal vivo. Le armonie vocali sono impeccabili, il banjo rimane protagonista assoluto e la sezione ritmica costruisce un muro sonoro capace di essere potente senza perdere eleganza.

La parte centrale dello show alterna brani più recenti come Lover of the Light, Hopeless, Prizefighter, Badlands, Believe e Truth, inseriti con naturalezza in una scaletta costruita con grande intelligenza. Non c’è mai la sensazione di assistere a un semplice susseguirsi di hit: ogni canzone sembra dialogare con la successiva, mantenendo costante la tensione emotiva.

Uno dei momenti più suggestivi arriva con Ditmas e soprattutto The Cave, autentici inni generazionali che continuano a sprigionare una forza incredibile anche a distanza di molti anni dalla loro pubblicazione.

L’ospite della serata arriva poco dopo. Per Here sale sul palco Taylor Meier, frontman dei Caamp, regalando un duetto spontaneo e sincero che unisce idealmente il folk britannico con quello americano. È uno di quei momenti che non sembrano costruiti per stupire, ma che finiscono inevitabilmente per restare impressi.

Stay e una nuova versione abbreviata di Delta abbassano temporaneamente i giri del motore prima della poderosa Wolf, accompagnata da una produzione scenica essenziale ma efficace, fatta di giochi di luce, fiamme e getti d’acqua sempre al servizio della musica, mai invasivi.

Quando sembra che il concerto stia entrando nella sua fase conclusiva, arriva invece una delle intuizioni più riuscite della serata. I musicisti abbandonano il palco principale e si dirigono verso il B-Stage, il secondo palco allestito al centro del pubblico. La distanza tra band e spettatori si annulla completamente. I’ll Tell You e Ghosts vengono eseguite praticamente in mezzo alla folla, senza barriere emotive né sceniche. È il momento più intimo dell’intero concerto, quello che ricorda quanto i Mumford & Sons siano, prima di tutto, una band nata per suonare insieme alle persone e non semplicemente davanti a loro.

Il ritorno sul palco principale per l’encore è una pura esplosione di energia. Rushmere apre il gran finale con slancio, ma è Banjo Song a trasformarsi in una festa collettiva, prima che I Will Wait chiuda inevitabilmente il concerto. Migliaia di voci cantano ogni parola, mentre il pubblico accompagna il gruppo battendo le mani all’unisono. È uno di quei finali che non hanno bisogno di effetti speciali per risultare memorabili.

In un periodo in cui molti concerti sembrano puntare soprattutto sull’impatto visivo, i Mumford & Sons scelgono una strada diversa: quella della sostanza. Certo, la produzione è curata e gli effetti scenici sono presenti, ma il vero spettacolo rimane l’intesa tra quattro musicisti e un pubblico che continua a riconoscersi in queste canzoni.

A distanza di quasi vent’anni dagli esordi, i Mumford & Sons dimostrano che il folk-rock può ancora riempire grandi arene senza rinunciare alla propria anima. E il concerto romano ne è stata la conferma più convincente: due ore abbondanti di musica suonata con passione, costruita su melodie senza tempo e su quella rara capacità di trasformare migliaia di sconosciuti in un unico, enorme coro. Un ritorno che sa di rinascita, non di nostalgia.

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