Ci sono concerti che si ascoltano e altri che, più semplicemente, si attraversano. Quello di Merzbow al Monk – organizzato grazie alla riuscita joint venture tra Flaming Creatures, Tuttecittà e Zen Arcade – appartiene senza esitazioni alla seconda categoria: cinquantacinque minuti di materia sonora incandescente, un assalto continuo ai sensi nel quale il confine tra musica, rumore e pura fisicità del suono finisce per dissolversi. Ad accogliere Masami Akita c’è una sala gremita e partecipe, segno di come, nonostante l’estremismo della proposta, il linguaggio del noise continui a trovare un pubblico trasversale disposto a lasciarsi coinvolgere senza riserve.
Come da tradizione, Masami san è solo sul palco. Nessuna inutile orpello, nessun musicista a condividere il peso di una performance costruita interamente attorno alla sua figura. Questa volta, inoltre, mancano anche i visuals che in altre occasioni hanno accompagnato le sue esibizioni: soltanto le luci, essenziali e funzionali, a delineare una presenza quasi appartata dietro il suo arsenale di apparecchiature. È una scelta che sposta inevitabilmente l’attenzione verso l’aspetto più importante dell’esperienza: il suono.
E il suono, fin dalle prime battute, non lascia spazio a compromessi. Merzbow lavora come un alchimista del caos, intervenendo sulle manopole, combinando dispositivi, attivando strumenti autocostruiti e trasformando ogni gesto in una possibile detonazione. Le frequenze si accavallano, si comprimono, si espandono e sembrano propagarsi in ogni angolo del Monk, rimbalzando sulle pareti e investendo il pubblico con una fisicità quasi tangibile. Il volume è quello abituale, ovvero ai limiti della sopportazione: i tappi per le orecchie non sono un accessorio facoltativo, ma un equipaggiamento decisamente consigliato per affrontare la serata.
Eppure, ridurre l’esibizione a un’ora scarsa di pura violenza acustica sarebbe a dir poco ingeneroso. Dentro la densità delle deflagrazioni noise-industrial emergono infatti continue variazioni, mutazioni improvvise, aperture e contrazioni che impediscono alla massa sonora di diventare uniforme. Akita costruisce e disgrega gli strati con una precisione quasi chirurgica, alternando esplosioni abrasive a momenti in cui la tensione sembra arretrare soltanto per preparare un nuovo assalto.
In mezzo a questa materia incandescente affiorano anche lievi pulsioni ritmiche. Non sono mai vere e proprie scansioni regolari, né cercano di trasformare il suddetto caos in una struttura rassicurante: piuttosto, piccoli impulsi che si insinuano nella trama, accenni di movimento capaci di suggerire una direzione prima di essere nuovamente inghiottiti dalla saturazione del maelstrom rumorista. È proprio questa capacità di introdurre variazioni minime all’interno di un paesaggio apparentemente senza coordinate a rendere la performance tutt’altro che statica.
Sul palco, la gestualità di questo (quasi) settantenne nippinico rimane ridotta all’essenziale. Non c’è bisogno di teatralità: ogni movimento accennato, ogni intervento sull’elettronica, ogni manipolazione dei suoi strumenti contribuisce alla trasformazione di ciò che il pubblico sta ascoltando. La figura dell’artista quasi scompare dietro la macchina sonora, mentre il Monk viene progressivamente occupato da una presenza che non è soltanto acustica, ma appunto fisica.
La risposta della sala è significativa. Il pubblico, numeroso e sorprendentemente coinvolto, non si limita a resistere all’impatto: segue, assorbe, reagisce. In un concerto che per sua stessa natura mette alla prova le abitudini dell’ascolto, questa partecipazione assume un valore particolare. Non c’è bisogno di strutture riconoscibili o di una forma tradizionale per creare una relazione tra palco e platea; basta la condivisione di un’esperienza estrema, costruita interamente sulla percezione.
Quando, dopo quasi un’ora, il flusso si interrompe, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di molto più lungo della sua effettiva durata. Merzbow non concede alcun bis, dilatazioni o appendici: entra, investe, stratifica e infine lascia il silenzio al posto del rumore. Un set breve soltanto sulla carta, perché sul piano fisico e percettivo la sua intensità sembra dilatare il tempo. Cinquantacinque minuti, come detto, dove ogni secondo arriva con la potenza di una deflagrazione.