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Lemonheads al Monk: l’adolescenza non passa mai davvero

Foto copertina di Tommaso Notarangelo
Testo di Fabio Babini

Ci sono dischi che invecchiano insieme a chi li ha ascoltati, finendo per diventare una specie di archivio sentimentale: basta che partano le prime note e riaffiorano stanze, amicizie sfilacciate, pomeriggi senza scopo e quell’urgenza di sentirsi altrove che soltanto una certa età sa rendere assoluta. Il concerto dei Lemonheads al Monk, inserito nella rassegna dei «Concerto Presto» — appuntamenti che spostano la musica dal vivo verso il tardo pomeriggio, con inizio intorno alle 19:30 — sembra costruito proprio per riaprire quel cassetto. Il pubblico risponde bene, riempiendo di presenze e memoria una serata che ha il sapore di una rimpatriata senza bisogno di nostalgia esibita.

Al centro c’è Evan Dando, figura irregolare e magnetica dell’indie rock americano che avrebbe voluto essere il Tom Petty della sua generazione senza mai riuscirci, alla guida del trio bostoniano che attraversa il proprio repertorio senza trasformarlo in un monumento. Curiosamente, per tutta l’esibizione le luci restano piuttosto fioche: una penombra quasi ostinata, che sottrae enfasi alla scena e lascia emergere soprattutto le canzoni. Niente apparati celebrativi, nessuna patina da grande occasione. Solo chitarre, elettricità e melodie capaci di conservare intatto il loro potere anche quando il tempo ha cambiato parecchie cose intorno.

Il cuore della scaletta pesca soprattutto dai due album che, a metà anni ‘90, portarono i Lemonheads a un pubblico più vasto e a due passi dal successo vero: ‘It’s a Shame About Ray’ e ‘Come On Feel the Lemonheads’, con tutta la pletora di singoli e brani amati dai loro fan di lungo corso. È lì che si concentra il viaggio collettivo, tra ritornelli obliqui, slanci power pop e quella leggerezza agrodolce che Dando ha sempre saputo maneggiare senza scivolare nella maniera. Brani che sembravano scritti per accompagnare fughe improvvisate e inquietudini quotidiane tornano a funzionare nel presente, senza bisogno di essere aggiornati o spiegati. La loro forza sta proprio nell’apparente semplicità: melodie immediate, un velo di malinconia e un’attitudine che non confonde mai la spontaneità con l’approssimazione.

Quasi nulla, invece, viene concesso agli esordi più lontani: l’unica incursione in quella fase è ‘Stove’; una scelta che definisce con chiarezza il perimetro della serata, concentrata sulla stagione in cui il gruppo riuscì a condensare il proprio talento in una sequenza di brani diventati familiari ben oltre i confini della scena alternativa. Inevitabile, in questo percorso, l’arrivo di ‘Into Your Arms’, ‘Confetti’ e la stessa ‘It’s a Shame About Ray’, singoloni che all’epoca passavano in heavy rotation su MTV e che contribuirono a fissare nell’immaginario collettivo il volto più accessibile dei Lemonheads, con quegli occhioni blu da cerbiatto eroinomane del buon Evan. Riascoltarlo oggi significa ritrovare una stagione in cui il rock indipendente poteva ancora insinuarsi nelle televisioni musicali senza perdere del tutto la propria identità.

Lui, però, non resta sempre dentro i confini della band. Alterna momenti elettrici a parentesi in solitudine, affidandosi a voce e chitarra per cambiare improvvisamente la temperatura del concerto. È qui che affiorano le sue coordinate più personali, quelle di un musicista che non ha mai nascosto il debito verso il songwriting altrui. ‘Come Back to Me’ degli X e ‘Different Drum’, resa celebre da Linda Ronstadt nella versione dei Stone Poneys e firmata da Michael Nesmith, entrano nel repertorio come deviazioni naturali, non come esercizi di reverenza. Dando le assorbe nel proprio linguaggio, lasciando che la familiarità delle melodie conviva con un’esecuzione più spoglia.

Ancora più rivelatrice è la doppia incursione nel mondo di Townes Van Zandt, con ‘Rake’ e ‘To Live Is to Fly’. Qui il concerto si allontana per qualche istante dalla brillantezza del’indie-pop  incontra una scrittura più nuda, attraversata da solitudine, disincanto e bellezza ferita. Sono pagine che sembrano appartenere a un’altra geografia emotiva, eppure trovano posto senza forzature nell’universo di Evan Dando: sotto la superficie scanzonata dei Lemonheads è sempre esistita una vena inquieta, meno rumorosa ma altrettanto persistente.

C’è spazio anche per ‘It Looks Like You’, tratto dal percorso solista del frontman, ulteriore indizio di quanto la sua identità artistica non coincida interamente con quella del gruppo. Le diverse anime della serata convivono senza cercare una sintesi definitiva: l’energia del trio, le confessioni acustiche, le canzoni prese in prestito e i successi che hanno accompagnato intere generazioni.

Quando il concerto procede verso la conclusione, resta soprattutto la sensazione di aver assistito a un incontro tra individue, melodie disincantate e accordi distorti che hanno attraversato gli anni senza smarrire il proprio significato. Il Concerto Presto del Monk offre ancora una cornice insolita a questo genere di ritorno: si entra ancora con una parte della giornata alle spalle e si esce con la testa altrove, magari prima che la sera abbia davvero preso forma. I Lemonheads, sotto quelle luci basse, ricordano che crescere non significa necessariamente archiviare i propri ricordi e la propria indole. A volte basta una chitarra più o meno elettrificata, un ritornello malcelato da tempo immemore e la voce di Evan Dando perché l’adolescenza torni a bussare, senza chiedere il permesso.

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