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Il ritorno dei Mostri sacri

C’è qualcosa di quasi surreale nel vedere una parte dei Beatles e i Rolling Stones, tornare contemporaneamente al centro della scena nel 2026.

Non tanto perché siano ancora qui, ormai abbiamo capito che certe leggende sembrano fatte di un materiale diverso, ma perché riescono ancora a trasformare ogni nuova uscita in un momento capace di fermare l’attenzione del mondo intero.

Da una parte Paul McCartney e Ringo Starr, gli ultimi due Fab4, che pubblicano Home To Us, un duetto nato da ricordi condivisi molto prima della fama, quando Liverpool era ancora soltanto la loro città e non il luogo da cui sarebbe partita una rivoluzione culturale.

Dall’altra Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood, che presentano Foreign Tongues con una premiere mondiale costruita come si costruiscono oggi i grandi eventi pop: attesa, mistero, teaser, social, ospiti, clamore mediatico.

Due ritorni molto diversi, ma accomunati da una cosa rara: la capacità di sembrare ancora vivi dentro il presente.

Il brano di McCartney e Starr colpisce soprattutto per questo, non ha il tono artificiale delle reunion pensate per celebrare il passato, dentro quella canzone si sente piuttosto il peso di una storia condivisa davvero.

McCartney ha raccontato di aver scritto il pezzo pensando direttamente a Ringo, ai quartieri popolari di Liverpool, ai giorni in cui tornare a casa la sera significava attraversare strade dure, molto lontane dall’immagine scintillante che il mondo avrebbe poi associato ai Beatles.

Ed è probabilmente questo l’aspetto più forte del duetto: non sembra costruito per alimentare il mito dei Beatles, ma per ricordare ciò che esisteva prima del mito stesso.

Ascoltandoli insieme, non viene in mente la parola “leggenda”, viene in mente qualcosa di molto più umano.

Due uomini che hanno attraversato sessant’anni di musica, successi, lutti, trasformazioni epocali, e che ancora riescono a ritrovarsi dentro una canzone con la naturalezza di chi parla una lingua imparata da ragazzi.

Anche perché Paul McCartney e Ringo Starr, oggi, non rappresentano più soltanto i Beatles, sono gli ultimi testimoni diretti di un’epoca che ha cambiato il modo stesso di intendere la musica popolare.

Ogni loro collaborazione ha inevitabilmente un peso emotivo enorme, soprattutto per chi è cresciuto con quei dischi consumati fino a rovinarne le copertine.

Eppure, per certi versi, il ritorno più sorprendente resta quello dei Rolling Stones.

Perché mentre i Beatles continuano a evocare memoria e sentimento, i Rolling Stones sembrano avere ancora un rapporto quasi fisico con il presente.

Non hanno mai dato l’impressione di voler vivere di rendita o trasformarsi in una cartolina nostalgica del rock classico, hanno continuato a muoversi, a cambiare pelle, a contaminare il loro linguaggio musicale, con tutto ciò che succedeva intorno a loro.

Ed è forse questa la vera forza degli Stones: non essersi mai comportati come una band storica.

Foreign Tongues nasce infatti con un approccio molto contemporaneo, basato su una produzione veloce, comunicazione studiata nei dettagli, collaborazioni trasversali, sonorità che tengono insieme rock, blues, country e influenze moderne.

Da Jimmy Fallon, Ronnie Wood ha spoilerato che nel disco ci sarà anche la cover di You Know I’m No Good, di Amy Winehouse.  

Mick Jagger continua ad avere un istinto quasi impressionante per ciò che succede nel presente musicale e, la scelta di lavorare ancora con Andrew Watt, lo dimostra chiaramente.

I Rolling Stones, anche a ottant’anni passati, non sembrano interessati a custodire il passato sotto vetro, preferiscono restare dentro il flusso delle cose.

E poi c’è Keith Richards, che continua a parlare della chitarra come se fosse ancora un territorio da esplorare, non un museo personale da amministrare.

Probabilmente è proprio questa curiosità ostinata, il vero segreto della loro longevità.

In fondo Beatles e Rolling Stones hanno sempre raccontato due modi completamente diversi di sfidare il tempo.

I Beatles hanno lasciato un’eredità quasi intoccabile anche perché la loro storia si è fermata presto, trasformandosi in qualcosa di sospeso, perfetto, irripetibile e mitologico.

Gli Stones invece hanno scelto la strada opposta: restare.

Attraversare le generazioni, le trasformazioni della musica, gli eccessi, le cadute, persino il rischio inevitabile di diventare prevedibili e, forse la cosa più incredibile, è che non lo sono diventati.

Forse è questo che colpisce davvero nel 2026, non vedere McCartney, Starr, Jagger o Richards ancora sulla scena.

Ma accorgersi che, quando tornano, per qualche minuto non sembra nemmeno passato tutto questo tempo.

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