All’Auditorium Parco della Musica l’aria vibrava di un’attesa composta, di quelle che precedono appuntamenti speciali, quando la storia del rock torna a farsi presente, tangibile, quasi domestica. I Jethro Tull, guidati da un Ian Anderson che ha ormai superato le settantotto primavere, hanno riportato a Roma un pezzo di immaginario collettivo, una fetta di quel mondo sonoro che negli anni ’70 contribuì a ridefinire i confini del rock progressivo. Vederlo apparire sul palco, elegante e ironico come sempre, ha suscitato un entusiasmo immediato: pochi secondi e già era tornata l’iconica posa, gamba sollevata mentre il flauto tagliava l’aria con la precisione di un gesto rituale.
Con la naturalezza di chi non ha mai smesso di considerare la scena il proprio habitat, Anderson si è mosso con leggerezza sorprendente. Alternava flauto traverso e chitarra acustica con un’agilità quasi beffarda, come se l’età fosse soltanto un’informazione statistica. Le mani, rapide e sicure, raccontavano ancora la stessa storia di mezzo secolo fa, mentre gli occhi, vivaci, tradivano un’ironia continua, un piacere genuino nel dialogo costante con il pubblico. Eppure, inevitabilmente, la voce portava i segni del tempo: non più lanciata e squillante come un tempo, ora più fragile e graffiata. Questo, però, non ha scalfito il magnetismo dei brani storici, che hanno mantenuto intatta la loro forza evocativa. Anzi, la lieve usura timbrica ha aggiunto una nota malinconica che ben si sposava con la nostalgia sottesa all’intero concerto.
La vera sorpresa, però, è stata la band. Molti concerti di vecchie glorie del rock finiscono per diventare un’esibizione del frontman circondato da comprimari di talento, ma privi di un’identità autentica. Non è stato il caso dei Jethro Tull. I musicisti che accompagnano Anderson – sebbene per il grande pubblico non siano nomi noti – si sono rivelati un ensemble compatto, affiatato, propositivo, capace non solo di riprodurre fedelmente arrangiamenti complessi, ma anche di restituire quella sfumatura emotiva che caratterizzava il gruppo nelle sue varie fasi creative.
Dai passaggi più ruvidi e intrisi di blues-rock degli esordi alle trame acustiche e pastorali della trilogia folk tardo-settanta, tutto è stato ricostruito con cura filologica e inventiva. Le parti strumentali brillavano per equilibrio, senza mai scivolare nel virtuosismo fine a sé stesso: chitarre, tastiere, batteria e basso dialogavano in maniera naturale, con un fraseggio limpido e un’energia misurata ma pulsante. Era evidente, tra un brano e l’altro, che questo gruppo non si limitasse a seguire Anderson: lo accompagnava, lo sosteneva, gli dava spazio e riceveva da lui la medesima attenzione. Un rapporto paritario che ha contribuito a rendere il live un’esperienza corale, non il semplice omaggio a un’icona.
A completare l’atmosfera sono intervenuti i video d’epoca proiettati sul fondale: immagini granulose, colori sbiaditi, ma una vivacità intrisa di memoria. Questi frammenti visivi non erano mera nostalgia, bensì autentici capitoli di una storia che tornava a fluire mentre le note ne evocavano i capitoli più celebri. Tra questi inserti è spiccato l’intervento – anch’esso in video – di Jeffrey Hammond, bassista del gruppo fra il ’71 e il ’75. Con il suo stile inconfondibile e quell’umorismo un po’ surreale, Hammond ha salutato il pubblico romano come un vecchio amico che torna a bussare alla porta dopo decenni. Pittore di professione e collaboratore saltuario della band durante l’intera “epoca aurea”, la sua presenza, seppur mediata dallo schermo, ha rafforzato la sensazione di assistere non solo a un concerto, ma a una vera riunione di memorie condivise.
La scaletta ha saputo alternare momenti di pura celebrazione del passato a incursioni in territori più recenti. La consueta manciata di brani – meravigliosi e ormai davvero fori da ogni logica temporale – da ‘Aqualung’ ha riportato subito l’Auditorium a quell’atmosfera epica, tra riff inconfondibili e passaggi acustici sospesi. La versione ridotta ad hoc di ‘Thick As a Brick’ ha rappresentato uno dei punti più intensi della serata: non un semplice accorciamento, ma una ricostruzione rispettosa, calibrata, agile, che ha mantenuto intatto il cuore compositivo dell’opera originale.
Non sono mancate sorprese nemmeno nella scelta dei brani del repertorio più moderno. Pur essendo meno conosciuti rispetto ai classici del decennio settantiano, sono stati accolti con interesse e curiosità, merito anche degli arrangiamenti che li collegavano con discrezione alla tradizione storica della band. La lunga versione di ‘Budapest’, rediviva e ampliata nei suoi momenti strumentali, ha confermato la capacità del gruppo di rendere coinvolgenti anche le composizioni più tarde, grazie a un crescendo ben costruito e a un interplay sempre accurato.
Il finale è stato piacevolmente “inevitabile” quanto necessario: ‘Locomotive Breath’ ha scatenato ogni angolo della sala. Le prime note, riconoscibilissime, hanno fatto alzare in piedi anche chi fino a quel momento aveva mantenuto una postura composta. Una locomotiva sonora travolgente, che ha raccolto applausi, cori, sguardi emozionati e quella gioia sincera che emerge solo quando un brano iconico continua a vivere al di là del tempo. Il pubblico romano, affezionato e fedele, ha salutato la band con un entusiasmo che sembrava voler trattenere quei minuti ancora un po’.
Quando le luci si sono riaccese, la sensazione dominante era quella di aver assistito a un incontro speciale: non un semplice “ennesimo” concerto del vecchio e inossidabile Ian, ma una testimonianza vivente di come la musica possa attraversare le epoche senza perdere la propria identità. Anderson, pur con le naturali ombre portate dagli anni, resta un interprete unico, capace di trasformare ogni movimento in un segno distintivo. La sua band, impeccabile e parte integrante del racconto, ha dimostrato che la storia dei Jethro Tull può continuare a vivere non come reliquia, ma come presente in evoluzione.
Settantotto anni sulle spalle e un flauto che ancora danza nell’aria: a volte la longevità artistica è un mistero, altre volte è semplicemente la forza di una visione che non si esaurisce. E all’Auditorium, per una sera, quel mistero ha preso di nuovo forma, davanti agli occhi di tutti.