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Bonnie Prince Billy in concerto al Monk di Roma

A volte i ricordi possono confonderti, con immagini e sensazioni che si inseguono nella mente senza trovare una via d’uscita. Così come la scrittura Will Oldham, che negli anni si è abbandonato sempre più al suo alter ego dal nome altisonante Bonnie Prince Billy, fino quasi a sovrapporre la profondità della sua ricerca artistica sull’inevitabile normalità della vita reale, quella di un attore part-time divenuto family man, ma con al centro del proscenio un uomo con la chitarra, che giocando a fare il cantastorie da un angolo disperso della scene indie è divenuto gradualmente uno dei più importanti songwriter americani della sua generazione.

La data capitolina del Monk chiude la stagione di Unplugged in Monti, che negli ultimi mesi ha portato ad esibirsi in città nomi di culto quali Vanishing Twin, Kristin Hersh, Hugo Race e Patrick Wolf, anche se ci sarà una coda estiva il prossimo 12 luglio, con il concerto di Robyn Hitchcock presso Industrie Fluviali.

Intanto sul palco del Monk le luci si accendono e puntano dritto sul baffuto autore del Kentucky, al solito quanto di più distante dal physique du role dei cantori e menestrelli yankee che la storia ci ha portato in dote: faccia da nordeuropeo più che da southern man, mustacchi prussiani a contornare uno sguardo sornione e disincantato, addosso una delle sue camicie come non se ne vedono in giro dal 1976, un filo di make-up glitterato e l’immancabile cappellino da baseball. Tra le mani non la consueta acustica da folk- singer che si rispetti, ma una chitarra classica suonata con un tocco latino da musicista di frontiera, con due gregari polistrumentisti al suo fianco, abili nell’infondere uno spazio consono ad arrangiamenti avvolgenti ma rispettosi delle versioni originali, soprattutto con strumenti a fiato (tromba, sax tenore e flauto traverso) ma anche con una sei corde elettrica all’occorrenza, per ricordarci le origini da indie-rocker sui generis di questo uomo del sud che si fece principe.

Chi segue il buon Will dagli esordi, non può non notare e apprezzare l’incredibile miglioramento del suo cantato nel corso degli anni (chi era presente alla sua tremenda esibizione romana al Brancaleone, nell’ormai pleistocenico 1998, sa di cosa sto parlando), dalla dimessa e quasi stridula cantilena degli anni ’90 fino all’attuale timbrica riconoscibile all’istante, calda e spettrale al tempo stesso, così redneck ma al contempo dai tratti blues ancestrali. I brani del suo ultimo, ispiratissimo lavoro in studio, dall’emblematico titolo ‘Keeping Secrets Will Destroy You’, fanno la parte del leone all’interno della scaletta odierna, dalla filastrocca giocosa di ‘Behold! Be Held!’ all’ironia corale di ‘Bananas’, passando per il mesto candore di ‘Queens Of Sorrow’ e la sfuggente mistica di ‘Blood Of The Wine’. Il buon vecchio Will non difetta certo di spigolosa ironia, e si mette a raccontare alcune brevi storie che quasi annunciano l’atmosfera del brano successivo, a volte con un discreto sarcasmo malinconico.

Sentito e doveroso il suo ricordo del compianto Steve Albini, sottolineato anche dalla presenza degli Uzeda in sala, con cui Oldham ha lavorato in più di un’occasione, soprattutto ai tempi dei Palace: non è un caso, infatti, che il trio sul palco ci lasci estasiati nel rileggere in versione più rifinita e ancora più toccante, ben due brani da ‘Viva Las Blues’, non prima di averci deliziato con un racconto di quotidiana desolazione di una periferia persa nel nulla più assoluto in Alabama, dove l’album fu a suo tempo registrato. Ma mentre un brano come ‘New Partner’ è in pratica il biglietto da visita di tutta la sua carriera – suonata stasera in punta di dita e con le tre voci a creare un’enfasi quasi West Coast, come un ricordo d’amore lontano e sfuggente – sorprende i fan di più vecchia data la scelta di ‘The Brute Choir’, che sviscera la diramazione più sperimentale e ardimentosa dell’artista di Louisville, quindi con meno ossequio nei confronti della forma-canzone e dove gli angoli vengono tutt’altro che smussati. Altrove la bellezza ritrova i connotati di un suono che si fa  minimale ma a fior di pelle, come nel caso della celebre ‘I See A Darkness’, meraviglioso inno alla resistenza contro l’oscurità del dolore, così come la dolcezza melanconica che amplifica le note di ‘This Is Far From Over’ e ‘Look Backwards On Your Future, Look Forward To Your Past’, due brani programmatici sin dai titoli e provenienti da ‘I Made a Place’, il suo album “pre-pandemico” del 2019 che, silenziosamente, è diventato un suo piccolo, grande classico.

“Non vi preoccupate, non andiamo via, facciamo qualche altro pezzo!”, annuncia Oldham sorridendo dopo quasi due ore di live, per poi lasciarsi andare ad una credibilissima e sorprendente cover de ‘L’Ultima Occasione’ di Mina (!), con un’interpretazione che magari non avrà i glissati della Tigre di Cremona ma ne conserva lo spirito e una certa sensualità delicata.

Acclamato a gran voce, torna sul palco per dare un’ulteriore immagine in musica di un’America così distante e nascosta, con i suoi fantasmi che non ci sono mai apparsi così vicini e palpabili. Poi si alza, si toglie la chitarra e il berretto, sorride, se ne va. Chiude gli occhi e Bonnie torna ad essere Will, ma questo non è un segreto. Perché appunto, mantenere i segreti ci distruggerà.

 

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