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Azymuth al Monk: cinquant’anni fluttuando con classe tra jazz, funk e samba

Ci sono band che attraversano le epoche senza perdere la propria identità, capaci di rinnovare il proprio linguaggio senza rinnegare le radici. Gli Azymuth appartengono a questa ristretta categoria. Il loro ritorno al Monk, nel locale di via Mirri a Roma, ha il sapore di una celebrazione, ma anche quello di una nuova ripartenza: cinquant’anni di carriera alle spalle e un presente ancora tutto da suonare, nel segno di quella miscela inconfondibile di jazz, funk e ritmi brasiliani che ha reso il trio una delle realtà più originali e influenti della scena internazionale.

La band brasiliana era già passata dal Monk nel novembre del 2019. Allora, dietro la batteria sedeva ancora Ivan Conti, storico componente e fondatore del gruppo, scomparso nel 2023. Rivedere oggi gli Azymuth significa inevitabilmente fare i conti con il tempo trascorso e con le trasformazioni di una formazione che ha saputo sopravvivere alla perdita di una delle proprie colonne portanti. Di quella compagine originaria resta Alex Malheiros, bassista ottantenne e custode di un’identità musicale che continua a manifestarsi con una naturalezza sorprendente.

Accanto a lui, in questo tour celebrativo, ci sono il tastierista Dudu Viana e il batterista Renato Massa, musicisti che non si limitano a raccogliere un’eredità importante, ma contribuiscono a mantenerla viva, restituendole energia e prospettive. Si tratta, peraltro, della stessa formazione che ha realizzato ‘Marca Passo’, l’album pubblicato nel 2025 e finora ultimo capitolo in studio firmato Azymuth: un dettaglio tutt’altro che secondario, perché testimonia quanto il progetto attuale non sia soltanto un’operazione nostalgica, ma una band ancora impegnata a costruire nuova musica.

Il pubblico del Monk risponde con un’affluenza notevole, soprattutto considerando che è lunedì sera. I posti a sedere sono tutti occupati, la sala si riempie fino quasi in fondo e lungo i lati, mentre una parte degli spettatori assiste al concerto in piedi. È una partecipazione che racconta bene il legame della band brasiliana con un pubblico trasversale, fatto tanto di appassionati di lunga data quanto di ascoltatori attratti da una musica che non ha mai conosciuto confini troppo rigidi tra generi e appartenenze.

La scaletta si muove lungo coordinate familiari, alternando il repertorio storico a brani più recenti, in un percorso che permette di apprezzare la continuità del linguaggio della band. Il punto di forza degli Azymuth rimane quella capacità di far convivere elementi apparentemente distanti senza forzature: il rigore armonico del jazz, la fisicità del funk, la leggerezza ritmica della samba e le aperture elettroniche che da sempre caratterizzano il loro suono. Tutto si sviluppa con una fluidità quasi naturale, senza che un ingrediente finisca per prevalere sugli altri.

Al centro di questo equilibrio c’è naturalmente il basso di Malheiros, pulsante e incisivo, capace di sostenere l’intera architettura ritmica con un’economia di mezzi che è il risultato di decenni di esperienza. Non occorrono virtuosismi esibiti o accelerazioni spettacolari per affermare una presenza: basta il modo in cui ogni linea si incastra con le tastiere di Viana e con il drumming di Massa, alimentando un dialogo continuo tra groove, armonia e improvvisazione.

Le tastiere ampliano il paesaggio sonoro, passando da atmosfere sospese a incursioni più marcatamente funk, mentre la batteria tiene insieme le diverse anime del repertorio con precisione e dinamismo. È proprio nell’interazione tra i tre musicisti che si coglie la vitalità della formazione: il materiale storico non viene riproposto come un reperto da museo, ma rimesso in circolo attraverso una sensibilità contemporanea, rispettosa della tradizione e al tempo stesso libera di muoversi.

E poi c’è il rapporto con la sala. La musica degli Azymuth non rimane confinata nella dimensione dell’ascolto attento, ma invita il pubblico a entrare nel gioco, a seguire le variazioni del ritmo, a lasciarsi trascinare da quelle traiettorie oblique che rendono il loro groove immediatamente riconoscibile. Il coinvolgimento cresce senza bisogno di effetti speciali: è la musica stessa, con la sua naturale inclinazione al movimento, a creare una complicità tra palco e platea, specie nei brani più celebri come ‘May I Have This Dance?’, ‘Dear Limmertz’, ‘Jazz Carnival’ (molto celebre nel Belpaese poiché fu successivamente usata dalla Rai come sigla del celebre programma Mixer) e il bis ‘Voo Zobre o Horizonte’.

A distanza di quasi sette anni dalla precedente apparizione romana, gli Azymuth si presentano dunque con una formazione rinnovata, ma ancora fedele a quella formula che ha permesso loro di attraversare mezzo secolo di musica. La scomparsa di Ivan Conti ha segnato una frattura inevitabile nella storia del gruppo, ma non ne ha spento lo spirito. Alex Malheiros, affiancato da due musicisti pienamente coinvolti nel progetto, dimostra che un’eredità artistica può continuare a evolversi senza perdere autenticità.

Al Monk, il cinquantesimo anniversario non diventa una celebrazione autoreferenziale, ma l’occasione per ribadire la sorprendente attualità di una musica che continua a parlare al presente. Gli Azymuth restano fedeli a loro stessi proprio perché non si limitano a guardare indietro: il loro suono continua a oscillare, con classe e leggerezza, tra jazz, funk e samba. E quando il groove è così solido e avvolgente al tempo stesso, il tempo smette quasi di essere una misura, divenendo semplicemente un altro ritmo da attraversare.

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