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Drink The Sea live al Monk

Report di Giovanni Loria
Foto di Sara Serra

Appuntamento imperdibile per tutte le vedove dell’indie rock americano a cavallo tra gli anni novanta e i primi anni del nuovo millennio ieri sera al Monk, ormai uno dei locali più ricettivi della Capitale. 

Di scena infatti i Drink the Sea, autentico supergruppo composto da musicisti il cui palmares fa raggelare il sangue nelle vene; ma chi è più smaliziato sa, o quantomeno teme, che certe montagne partoriscano topolini, e che certe personalità ingombranti possano elidersi invece di esaltarsi vicendevolmente.

In realtà se avete ascoltato i tre album dell’ensemble di Athens, Georgia (citata da Barrett Martin come città di aggregazione della band nel corso dell’esibizione) sapete già che no, non siamo di fronte a stanchi mestieranti convenuti con malcelata spocchia a miracol mostrare, ma di musicisti ancora motivatissimi a creare nuova musica che possa restare per i posteri.

La serata è introdotta dal trio di Garry Pitcairn, che più di qualche appassionato rammenterà come ascia degli Anubi, e che ha presentato il nuovo lavoro solista, prodotto da quell’Alain Johannes che si sarebbe esibito di lì a poco. Atipica la scelta di suonare su un palco differente rispetto a quello dell’act principale, posizionato dalla parte opposta del locale: trovandomi già transennatissmo in vista dei Drink the Sea, ho potuto seguirlo da lontano ma mi è piaciuto.

Alle 21 e 50 l’attrazione principale sale senza enfasi sul palco: quasi tutti si concentrano su Peter Buck, architetto sonoro dei mai dimenticati R.E.M., ma io mi scaldo anche con Alain Johannes, un signore che, fra i mille altri, ha collaborato con P.J.Harvey e Queens of the Stone Age; con Barrett Martin, batterista degli Screaming Trees e del supergruppo Mad Season; e anche con il londinese Duke Garwood, cantante e polistrumentista del giro Blues che più volte collaborò con il compianto Mark Lanegan, Completano i ranghi l’ottimo bassista Dune Butler e la percussionista Lisette Garcia, il cui vibrafono è risultato letteralmente inudibile per tutto il concerto, tanto da farmi chiedere cosa si fosse presentata a fare. 

Ecco i sei musicisti sciorinare lungo due ore gli estratti dei loro dischi originali, evitando coraggiosamente di scegliere la strada più comoda, di soffermarsi pigramente sui successi ottenuti in passato sotto differenti bandiere. Il sound è chitarristico e decisamente loud, come noi antichi devoti al metallo pesante gradiamo, ma l’atmosfera è più lisergica, acida e psycadelica, puramente anni novanta potremmo dire, ma neppur troppo lontana da suggestioni late sixties, fra Quicksilver, Kaleidoscope e  persino echi dei Byrds dopo qualche pasticca di troppo.

La voce di Garwood è scarna, quasi atonale; più melodica quella di Johannes, che come da tradizione suona seduto. I due si alternano anche in assoli che certo non colpiranno l’immaginazione dei truci maniaci dello shredding, ma che impastano di polvere e sudore la resa sonora complessiva, consentendoci di riportare alla mente anche suggestioni desertiche in salsa Kyuss.

Che siano sognanti (come Meteors, con la sua lunga introduzione al contabbasso) o aggressive (Big Dirty), le sonorità dei Drink the Sea coinvolgono e ti prendono alla gola, consentendo di identificare frammenti di ricordi passati (l’hendrixiana Deep as the Sun) prima che Johannes si faccia largo con una improvvisa melodia (Oh Desire, Bembe For Two) nei momenti in cui è lui ad impossessarsi del microfono: e lesto Garwood risponde intervenendo con un sax dissonante dall’estasi quasi Vandergraafiana.

Il tutto mentre Peter Buck, sornione, si ritaglia il ruolo di regista occulto, cesella e avvolge, pizzica e sfiora la sua chitarra perchè è troppo esperto per non sapere che la riuscita di una band sta anche nel less is more, nella diminutio, nel consentire agli altri di spiccare creando tappeti che sono delle leccornie; il che diventa più facile quando hai a disposizione una sezione ritmica essenziale ma impeccabile come quella composta da Martin e Butler, due con i quali andrei alla guerra senza paura.

Potremmo già essere soddisfatti, ma sappiamo che mammasantissima del genere possono darci ancora di più… Long Gone Day è una frustata al cuore per tutti noi che abbiamo amato l’unico capitolo dell’esperienza Mad Season; l’indimenticata The One I Love si spinge ancora più in là, irrorando di lacrime i nostri occhi, mentre ci chiediamo se siamo più felici per essere lì in prima fila a goderne o più tristi perchè i R.E.M, dannazione!, ci mancano maledettamente.

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