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Mauro Ermanno Giovanardi live per Su:ggestiva

In un’epoca in cui le parole vengono consumate prima ancora di essere pronunciate, triturate dalla comunicazione permanente e dalla fretta di avere un’opinione su tutto, scegliere diventa quasi un gesto di resistenza. C’è dunque qualcosa di ostinatamente controcorrente nel titolo del nuovo album di Mauro Ermanno Giovanardi, E poi scegliere con cura le parole. Non una dichiarazione programmatica, ma una presa di posizione estetica. E, per un cantautore, una faccenda che riguarda direttamente il suono.

Sabato 10 ottobre, nonostante i ritardi ed i problemi tecnici posti dalle avverse condizioni climatiche dei giorni precedenti, Giovanardi ha portato questo percorso alla Villa di Massenzio, lungo l’Appia Antica, ospite di Su:ggestiva, la rassegna della Biennale MArteLive che trasforma luoghi storici e archeologici in spazi d’ascolto della contemporaneità. 

Una cornice unica, che invita a ripensare il rapporto fra tempo e musica, dove le rovine appartengono a un passato che continua a esercitare la propria presenza, proprio come certe canzoni, e si mostrano capaci di cambiare significato quando le si incontra di nuovo.

Giovanardi conosce bene questo territorio. Fondatore dei La Crus nel 1994, ha contribuito a ridefinire il vocabolario della canzone alternativa italiana, mescolando sensibilità rock, ricerca sonora e una scrittura che non ha mai considerato la voce un semplice veicolo per le parole. La sua carriera solista ha proseguito quella ricerca, senza trasformare il passato in un museo da visitare periodicamente. Il repertorio, semmai, è materia da rimettere in discussione.

Il nuovo album, E poi scegliere con cura le parole, insiste su questa idea: la canzone come costruzione, il testo come spazio di precisione, la voce come strumento capace di attraversare registri emotivi differenti. Il titolo potrebbe sembrare un invito alla delicatezza; nel percorso di Giovanardi, la cura della parola ha invece anche qualcosa di inquieto. Significa decidere che cosa lasciare entrare, che cosa trattenere, dove interrompere il flusso. La sottrazione può essere radicale quanto il rumore.

È significativo, in questo senso, che proprio il 9 ottobre sia uscito Un garofano nero, rilettura di un brano del 2011 trasformato attraverso una nuova sensibilità dark-wave. La produzione, firmata da Eugene e dallo stesso Giovanardi, sposta il pezzo verso un immaginario elettronico più scuro, con una grammatica che guarda alla new wave degli anni Ottanta. L’operazione non si limita a rivestire una vecchia canzone di suoni nuovi: mette alla prova la sua identità, dimostrando quanto un brano possa sopravvivere alla propria prima forma e persino contraddirla.

È qui che il percorso di Giovanardi conserva la sua parte più interessante. La memoria musicale non coincide con la nostalgia. Una canzone già conosciuta può diventare nuovamente estranea, e dunque tornare a sorprenderci. Per un interprete, riaprire il proprio repertorio significa correre il rischio di non riconoscersi più del tutto in ciò che si è scritto: una forma di fedeltà assai più impegnativa della semplice ripetizione.

La Villa di Massenzio, con la sua stratificazione archeologica, offre a questa ricerca un contesto particolarmente fertile. La musica contemporanea incontra una storia materiale che non ha bisogno di essere illustrata: è già lì, nei resti monumentali, nelle distanze, nel paesaggio dell’Appia. Su:ggestiva costruisce proprio su questa relazione la propria identità, facendo convivere linguaggi differenti senza ridurre il luogo a uno sfondo ornamentale.

Resta allora la questione delle parole, che nel caso di Giovanardi è anche una questione di suono. La canzone d’autore italiana ha spesso oscillato fra la centralità del testo e la tentazione di trasformarlo in una dichiarazione d’intenti. Il percorso dell’ex voce dei La Crus suggerisce una possibilità diversa: lasciare che il significato emerga dall’attrito fra scrittura, interpretazione e arrangiamento, senza pretendere che ogni emozione venga tradotta in una spiegazione.

In un concerto inserito in una rassegna che fa della qualità dell’ascolto il proprio principio, questa ricerca acquista un rilievo particolare. La musica non deve necessariamente alzare la voce per imporsi; può farlo anche scavando, scurendo i contorni, cambiando prospettiva. E una canzone può continuare a parlarci proprio quando smette di rassicurarci con la forma in cui l’avevamo conosciuta.

Scegliere con cura le parole, in fondo, significa anche accettare che non sempre siano innocenti. Giovanardi sembra ripartire da qui: dalla possibilità che una canzone, anziché chiudere un discorso, lo riapra.

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