Skip to main content Scroll Top
uzeda-al-casilino-sky-park

Uzeda al Casilino Sky Park

Ci sono band che, con il passare degli anni, finiscono per diventare soprattutto il ricordo di ciò che sono state. E poi ci sono gli Uzeda, che sembrano avere scelto una strada diversa: quella di continuare a suonare come se il tempo fosse un elemento secondario, quasi un accidente di percorso. Ieri sera, al Casilino Sky Park, la formazione catanese è tornata a Roma per un concerto organizzato da Tuttecittà e Zen Arcade, mettendo in scena circa un’ora e mezza di musica fisica, abrasiva eppure sorprendentemente elastica, capace di attraversare il proprio repertorio senza mai dare l’impressione di essere una semplice celebrazione del passato.

La prima sorpresa, forse, è stata proprio il pubblico. Considerando che la band catanese aveva già suonato nella capitale meno di un anno fa, al Wishlist, l’affluenza avrebbe potuto risentire della relativa vicinanza temporale dell’ultimo appuntamento. È successo esattamente il contrario: il Casilino Sky Park ha raccolto una presenza molto buona, significativa per una band che non ha mai avuto bisogno di compromessi o di facili scorciatoie per costruirsi un seguito. Un pubblico eterogeneo, con una componente evidentemente affezionata alla storia del gruppo e una parte più giovane, accomunata dalla stessa disponibilità a lasciarsi investire da una musica che non cerca mai di rendere più semplice ciò che semplice non vuole essere.

Prima degli headliner, a preparare il terreno, ci hanno pensato i Three Second Kiss, ed è sinceramente difficile immaginare una band più adatta a introdurre una serata del genere. Il loro incontro/scontro tra post-hardcore e post-rock conserva quella ruvidezza che da sempre rappresenta uno degli elementi distintivi della formazione, ma non si esaurisce nell’impatto. Al contrario, sotto la superficie spigolosa emerge una dimensione avvolgente, fatta di tensioni progressive, aperture improvvise e incastri ritmici che trasformano la pesantezza in dinamica.

I Three Second Kiss non hanno bisogno di accelerare continuamente per risultare intensi. La loro forza sta anche nella capacità di costruire una pressione costante, di accumulare attrito fino a renderlo quasi palpabile e poi lasciarlo esplodere. Chitarre nervose, basso e batteria lavorano spesso come se provenissero da direzioni differenti, salvo ritrovarsi improvvisamente nello stesso punto. È una formula che, nelle loro mani, mantiene una notevole efficacia proprio perché non viene mai ridotta a esercizio di stile. L’esibizione lascia quindi una sensazione precisa: quella di una band perfettamente consapevole del proprio linguaggio, ancora interessata a esplorarne le possibilità.

Poi arrivano gli Uzeda, e il cambio di prospettiva è immediato.

Il suono della formazione siciliana non ha bisogno di presentazioni, ma dal vivo assume una dimensione diversa rispetto a quella che si può percepire su disco. Il noise rock della band guidata da Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta non è semplicemente espressione di rumore organizzato, ma una materia che viene continuamente stirata, compressa, spezzata e rimessa insieme. Le chitarre producono attrito, le ritmiche procedono per scarti e deviazioni, la voce della Cacciola attraversa il muro sonoro senza cercare di dominarlo secondo i consueti meccanismi del rock. Piuttosto, sembra entrarci dentro, diventarne un altro strumento, un’ulteriore superficie di collisione.

La scaletta pesca naturalmente dalla lunga storia della band, riproponendo alcune delle classiche del loro repertorio che hanno contribuito a renderli un riferimento imprescindibile per una certa idea di musica indipendente italiana, ma il cuore della serata guarda con particolare insistenza a ‘Quocumque Jeceris Stabit’, l’album pubblicato ormai sette anni fa.

E proprio qui emerge uno degli aspetti più interessanti del concerto. Un disco che sulla carta appartiene già a un’altra fase della carriera del gruppo, dal vivo non appare affatto come un capitolo separato o come una parentesi tardiva. I brani dialogano con il materiale storico con una naturalezza quasi sorprendente, senza creare alcuna frattura tra passato e presente, né la necessità di dimostrare che gli Uzeda siano ancora capaci di suonare come un tempo. La questione, semmai, è opposta: capire quanto il loro linguaggio sia rimasto coerente pur continuando a trasformarsi.

La risposta arriva soprattutto nei momenti in cui la band lascia che i pezzi prendano una direzione propria. Le strutture sembrano talvolta sul punto di disfarsi, le chitarre si inseguono senza concedere una traiettoria rassicurante, mentre la sezione ritmica mantiene una solidità che impedisce alla materia sonora di precipitare nel caos. È una forma di controllo che non si mostra attraverso la precisione sterile, ma attraverso la capacità di governare l’imprevisto.

Dal palco non arriva nostalgia. Arriva, piuttosto, la sensazione di trovarsi davanti a un gruppo che ha costruito il proprio vocabolario decenni fa e che ancora oggi riesce a parlarlo con un accento personale. È questo, probabilmente, uno dei motivi per cui gli Uzeda possono tornare a Roma dopo neanche dodici mesi e ritrovare una partecipazione così consistente: il loro pubblico non sembra cercare una ripetizione del passato, ma un’altra occasione per ascoltare quella musica nel luogo in cui continua a funzionare meglio, cioè nel confronto diretto con una sala, un’area concerti, una folla.

Il Casilino Sky Park, del resto, aggiunge una cornice particolare alla serata. In un contesto che potrebbe sembrare lontano dagli spazi tradizionalmente associati alla musica noise e all’underground, il suono degli Uzeda acquista una dimensione quasi straniante. Le asperità del repertorio entrano in uno spazio aperto, si allargano, sembrano perdere per un istante i confini imposti dalle pareti di un club. Ma l’impatto resta intatto, anzi, proprio questa distanza dal contesto abituale rende ancora più evidente quanto la musica della band sia capace di adattarsi senza snaturarsi.

Per un’ora e mezza circa il quartetto procede quindi senza fretta, alternando episodi più immediatamente riconoscibili ad altri costruiti sulla tensione, sugli incastri e sulle dilatazioni. Non è un concerto che punta sulla spettacolarità intesa nel senso tradizionale del termine. Non servono effetti speciali quando il materiale sonoro è già sufficientemente instabile da creare continuamente nuovi punti di fuga.

La sensazione, alla fine, è quella di aver assistito a qualcosa che appartiene contemporaneamente a due tempi diversi. Da una parte c’è la storia di una band che ha contribuito a definire una certa idea di noise-rock (non solo) italiano, dall’altra c’è un gruppo ancora perfettamente presente nel proprio tempo, capace di portare sul palco brani di sette anni fa insieme a quelli che il pubblico riconosce come classici senza trasformare la serata in un museo.

Forse è proprio questa la misura della longevità degli Uzeda: non il semplice fatto di essere ancora in attività, ma la possibilità di suonare il proprio passato senza rimanerne prigionieri. Con il rumore che non è sembrato il residuo di un’epoca, bensì una lingua ancora viva. Una lingua ruvida, ostinata, a tratti scomoda, ma proprio per questo capace di conservare intatta la propria urgenza.

E quando le ultime note si spengono, resta l’impressione che il tempo, almeno per una sera, abbia avuto davvero poca importanza.

Recent Posts
Clear Filters

Il tour  “C’era un ragazzo Estate 2026 festeggia i 60 anni dell’iconico brano e questa sera ha fatto tappa a Bergamo.

Add Comment

Related Posts