La Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone era affollata ieri sera, per accogliere sul palco tutta l’energia e il calore d Fatoumata Diawara.
Questo è uno degli appuntamenti musicali di questo Romaeuropa Festival 2026 che, giunto alla sua 41° edizione, fino a Novembre, continuerà a portare a Roma spettacoli e artisti appartenenti a linguaggi diversi, dalla musica al teatro, dalla danza alle nuove forme della scena contemporanea.
Ad accoglierla un pubblico molto attento, curioso e pronto a lasciarsi portare dentro una musica difficile da collocare in un unico recinto. Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti del percorso dell’artista nata in Costa d’Avorio e cresciuta in Mali: partire da radici profonde senza trasformarle in un confine.
Il concerto romano, Massa Live, ha portato sul palco una Fatoumata Diawara capace di tenere insieme molte delle anime che attraversano la sua musica; il canto tradizionale del wassoulou, linguaggio musicale dell’Africa occidentale a cui la sua voce resta legata, ha incontrato le sonorità blues e jazz con aperture alle sonorità contemporanee.
Non come una semplice somma di influenze, ma come parti di uno stesso discorso.
Alle 21:15 sulle prime note di Fala, è entrato sul palco il gruppo che la accompagna in questo tour, poi è arrivata lei in tutto il suo splendore.
In scaletta anche Djanne, Sigui, Tcheba e Massa.
La voce è naturalmente il primo elemento che colpisce, per la sua capacità di cambiare intensità e direzione, ma ieri sera chi era seduto nella Sala Santa Cecilia, ha potuto apprezzare anche un’altra dimensione importante della sua musica: la chitarra.
Fatoumata Diawara non la utilizza come un semplice accompagnamento; la suona, la lavora, la porta dentro le sue canzoni facendone uno degli strumenti attraverso cui costruisce il dialogo con i musicisti e con il pubblico.
Vederla suonare, aiuta a capire ancora meglio quanto questo strumento sia parte integrante della sua identità artistica.
Fatoumata Diawara non si limita ad accompagnare le proprie canzoni: il suono della chitarra entra nella costruzione del racconto, dialoga con la voce, cambia il passo dei brani e diventa, in alcuni momenti, uno degli elementi capaci di attirare maggiormente l’attenzione.
Perché il percorso di Fatoumata Diawara non è fatto soltanto di dischi e concerti. Prima ancora di affermarsi come musicista, ha attraversato il teatro e il cinema, esperienze che probabilmente aiutano anche a comprendere il suo modo di stare su un palco.
In lei convivono infatti la cantante, la musicista e l’interprete, senza che una dimensione sembri prevalere definitivamente sulle altre.
La musica resta però il luogo nel quale tutte queste esperienze finiscono per incontrarsi. Una musica che conserva la memoria della propria origine ma non ha paura di muoversi, di contaminarsi, di cercare altri suoni e altri interlocutori.
Il concerto di ieri sera, è arrivato nei primi giorni di un Romaeuropa Festival che anche quest’anno ha costruito il proprio programma, attraversando luoghi e linguaggi diversi della capitale.
Dall’Auditorium al Mattatoio, passando per spazi come il Teatro Vascello il Brancaccio e altri teatri cittadini, il festival continuerà fino a Novembre con musica, danza, teatro e nuove forme di creazione.
In questo contesto, la presenza di Fatoumata Diawara è stata una scelta azzeccata e naturale.
La sua è infatti una musica che non chiede di scegliere una sola appartenenza. Porta con sé il Mali, l’Africa occidentale, il wassoulou, ma anche tutto ciò che ha incontrato lungo il proprio cammino.
Blues, jazz, sonorità contemporanee, esperienze cinematografiche e teatrali diventano elementi di un linguaggio personale.
Nella Sala Santa Cecilia, Fatoumata Diawara ha messo insieme tutte queste parti senza il bisogno di separarle. Lasciandole, semplicemente, parlare la stessa lingua.
Grazie a Romaeuropa Festival e GDG Press