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Suzanne Vega alla Casa del Jazz: la grazia del talento senza far rumore

Testo di Giovanni Loria
Foto di Sara Serra

Mi è sempre piaciuta Suzanne Vega.

Per questo suo modo apparentemente dimesso di interpretare il mestiere di cantautrice, tenendosi rispettosamente a distanza da sacerdotesse rock come Patti Smith o dall’impegno di Laura Nyro, ma senza scivolare in tentazioni da yacht di lusso alla stregua di una Carly Simon.

La ricetta di Suzanne è semplice e gustosa, come un fragrante ciambellone che odora di casa e di mamma: canzoni orecchiabili in bilico tra folk e pop, costruite su pochi, eleganti accordi di chitarra acustica, dai testi mai banali ma che non pretendono di ergersi più in alto della Musica.

“Sacrilegio!” griderebbe più di qualcuno, e se Suzanne Vega avesse cominciato la sua carriera con due o tre lustri di anticipo non avrebbe avuto certamente vita facile, e sarebbe stata confinata nella migliore delle ipotesi nel medesimo girone di one-hit-wonder come Carole King; non che raccontare storie di abusi su minori prima che diventasse mainstream (‘Luka’) o immaginare dive del passato che si staccano da un poster e si trasformano nuovamente in esseri senzienti per illuminarci sulla vita e sull’amore (‘Marlene On The Wall’) fosse la maniera apparentemente più semplice per scalare le classifiche, cosa che al contrario puntualmente avvenne nella seconda metà degli anni ottanta.

È proprio ‘Marlene’ ad aprire il concerto, irrobustita dalla chitarra elettrica di Gerry Leonard, che non è proprio il primo passante capitato lì per caso ma, al netto di una discreta somiglianza con un Dustin Hoffmann dotato di trampoli, è stato chitarrista del Duca Bianco Bowie nei tour di ‘Heathen’ e ‘Reality’. Leonard dona più corpo ai brani di Suzanne, ed il suono si riempie vieppiù quando sul palco sale anche Stefanie Winters con il suo violoncello e qualche deliziosa backing vocal.

Suzanne è più bella e più donna oggi rispetto a quarant’anni fa, quando minuta e vagamente mascolina sembrava quasi vergognarsi del suo talento e della sua femminilità. Un’artista matura, una donna più consapevole, che sceglie una scaletta quasi impeccabile nonostante l’assenza della vibrante ‘Undertow’. Parla lentamente perché vuole farsi capire, e mi colpisce che sia la medesima strategia attuata su questo stesso palco, esattamente una settimana prima, da una cantante dallo stile completamente diverso come Dee Dee Bridgewater. 

Ci preannunzia “un brano lungo, triste e privo di happy ending” come ‘The Queen and the Soldier’, dall’andamento vagamente celtico (sarà l’influenza del testo?), cui fa seguito ‘When Heroes Go Down’ “perchè adesso sentirete sicuramente il bisogno di una canzone più breve e ritmata”. La suddetta ‘Heroes’ in particolare è un dichiarato omaggio ad uno degli eroi giovanili della cantautrice di Santa Monica, Elvis Costello, tanto che l’arrangiamento del brano include una palese citazione di ‘Lipstick Vogue’ dell’artista londinese.

“Cominceremo il concerto con i brani più vecchi, perché sono quelli che conoscete meglio. E, cosa più importante, sono quelli che NOI conosciamo meglio!” Questo era stato l’incipit della serata: ma arriva il momento di qualche estratto del nuovo lavoro della Vega, ‘Flying With Angels’, segnatamente la title-track, alla quale fa rapidamente seguito ‘Speakers Corner’, anticipata da un dispensabile pistolotto sulla necessità di proteggere il diritto di espressione da parte di tutti… come se in Occidente questo non avvenisse regolarmente.

Più originale il tema di ‘Chambermaid’, terzo e ultimo estratto dall’ultimo full length, nel quale la cantautrice – dopo aver raccontato della sua non sorprendente passione per Bob Dylan e del loro unico incontro, quando lei aprì in Norvegia un suo concerto e, nel backstage, gli “rubò” un bacio sulla guancia – immagina di essere la governante di ‘Mr. Tambourine Man’ e di raccoglierne fiducia e segreti.

L’esibizione si avvicina al suo rush finale: si susseguono i brani più noti, ‘Left Of Center’, ‘Luka’ ed il fortunato, ma lasciatemi dire insopportabile tormentone ‘Tom’s Diner’, prima di un omaggio ad un altro eroe giovanile di Suzanne, ovvero Lou Reed: “l’ho visto più volte in concerto, ma solo in una occasione ha eseguito questo brano, che è un atto d’amore verso New York”, e parte, inconfondibile, ‘Walk on the Wild Side’.

Il concerto sarebbe terminato, mi alzo dal posto ma, a sorpresa, Vega e compari ritornano sul palco per l’ultimo saluto, ed io mi precipito di fronte a lei, con pochi fortunati e il sommo scorno di coloro che sono rimasti seduti (è un mondo difficile ragazzi, bisogna sapersi adeguare ed esser lesti a sfruttare le occasioni), in tempo per godere da posizione privilegiatissima, una toccante esecuzione di ‘In Liverpool’, un brano che se fosse messo in mano a qualche band dall’attitudine progressiva, che ne arrangiasse una coda strumentale più ambiziosa, potrebbe quasi rivaleggiare, che so, con una ‘Love to Love’ degli UFO.

Cara Suzanne, per essere qui da te stasera ho rinunziato ad un incontro al vertice, in Cavea, con Mike Stern e Marcus Miller che omaggiavano Miles Davis. A lungo ho temuto, nel pomeriggio, di avere fatto la scelta sbagliata. Invece sei stata abilissima a non farmene pentire.

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