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Fred Frith all’Istituto Polacco di Roma

All’Istituto Polacco di Roma il tempo, per un’ora abbondante, ha smesso di comportarsi come dovrebbe. Non più lineare, non più misurabile secondo la banale scansione dei minuti, ma elastico, nervoso, improvvisamente dilatato o contratto dentro un flusso sonoro che sembrava mutare pelle a ogni passaggio. Il concerto di Fred Frith, organizzato da Flaming Creatures insieme a Blutopia, non è stato semplicemente un live di musica sperimentale: è apparso piuttosto come un ambiente mobile, una stanza mentale dentro cui i suoni prendevano corpo, si urtavano, si dissolvevano per poi riapparire altrove con sembianze differenti.

Il set, diviso in due parti nettamente distinte ma intimamente comunicanti, ha mostrato due volti complementari dell’universo di Frith: prima l’esploratore solitario, poi il catalizzatore di un organismo collettivo imprevedibile e densissimo.

Nella prima metà, lo storico chitarrista di Henry Cow e Art Bears si è presentato da solo con la sua chitarra elettrica. Ma chiamarla semplicemente “chitarra” è riduttivo, quasi fuorviante. Tra le sue mani lo strumento smette di essere un oggetto codificato e diventa superficie da percuotere, meccanismo da sabotare, scatola acustica da interrogare in ogni punto possibile. Frith non “suona” la sei corde: la attraversa, la smonta, la provoca. Ogni parte del corpo dello strumento entra nel discorso musicale — pickup, corde, legno, metallo, feedback — in una continua ridefinizione delle possibilità timbriche.

Ne è venuto fuori un flusso sonoro cangiante, a tratti quasi ludico, altrove minaccioso, improvvisamente ironico e subito dopo capace di evocare paesaggi remoti, sospesi, persino cinematografici. Alcuni passaggi sembrano provenire da un laboratorio elettroacustico nascosto in qualche seminterrato industriale; altri invece evocavano il respiro largo di spazi aperti, vibrazioni lontane, echi in dissolvenza, alternando microsuoni e detonazioni improvvise con una naturalezza impressionante, pur mantenendo sempre una lucidità narrativa rara in contesti così radicalmente improvvisati.

C’è qualcosa di profondamente fisico nel suo modo di stare sul palco: il continuo piegarsi verso lo strumento, l’ascolto quasi ossessivo delle risonanze più minute, il gesto preciso con cui trasforma una vibrazione accidentale in materiale compositivo. Nessuna compiacenza virtuosistica, nessuna esibizione sterile di tecnica. Tutto sembra nascere dall’urgenza della ricerca, dal desiderio di spingere il suono in territori ancora non del tutto mappati.

Eppure, anche nei momenti più astratti, la musica non perde mai contatto con chi ascolta. Frith possiede quella qualità rara dei grandi improvvisatori: riesce a condurre il pubblico dentro zone complesse senza mai trasformare l’esperienza in un esercizio elitario. Ogni rumore, ogni frizione, ogni silenzio improvviso esprime un peso specifico preciso all’interno di una drammaturgia sonora in costante mutazione.

Poi, senza soluzione di continuità ma con un cambio netto di energia, il concerto si trasforma in un trio insieme a Marco Colonna e Fabrizio Spera. Ed è qui che la serata assume una dimensione ulteriore.

Fin dai primi minuti è evidente come non si tratti del classico incontro estemporaneo tra improvvisatori di alto livello: la compattezza del dialogo, la rapidità delle risposte reciproche, la naturalezza con cui i tre passano da una trama rarefatta a esplosioni collettive fanno pensare a una formazione attiva da anni. Invece di sovrapporsi, i musicisti sembrano scavarsi spazio a vicenda, costruendo una materia sonora elastica e continuamente mobile.

Colonna si è rivelato partner ideale, capace di passare da emissioni spezzate e taglienti a linee sinuose e quasi spirituali, con un controllo timbrico impressionante. Il suo fraseggio, pur attraversando territori free, mantiene sempre una forte riconoscibilità narrativa. Spera, dal canto suo, lavora come un architetto del movimento: mai semplice accompagnatore, ma motore sotterraneo dell’interazione, capace di creare tensione anche attraverso dettagli minimi, microvariazioni ritmiche, improvvise aperture dinamiche.

L’impressione generale è quella di assistere a un organismo unico, pulsante, dove ogni gesto trovava immediatamente una risposta o una deviazione inattesa. Il trio attraversa registri diversissimi senza mai perdere il focus: free jazz incendiario, astrazione elettroacustica, ritmi “spezzati”, derive rumoriste, frammenti lirici che emergono per pochi secondi prima di essere inghiottiti da nuove traiettorie.

Dentro quel magma sonoro affioravano suggestioni molteplici: gli spiriti obliqui di Roland Kirk e Joseph Jarman, certe aperture armoniche care a Bill Frisell, ma anche le accelerazioni nervose Zorniane dei Naked City nonché la furia controllata dei Painkiller. Eppure, nonostante tutte queste possibili coordinate, il centro resta sempre e soltanto Frith: il suo modo unico di concepire la musica come spazio aperto, imprevedibile, collettivo.

Il dettaglio forse più sorprendente della serata è stato proprio questo senso di naturalezza assoluta. Nulla appare forzato, nulla sembra frutto di calcolo. Anche nei momenti più complessi, il trio mantiene comunque un groove sotterraneo irresistibile, una pulsazione interna che tiene insieme ogni deviazione. Non importa quanto lontano si spingano nelle zone più astratte del suono: sotto la superficie continua a battere un sostrato ritmico vivo, concreto, quasi corporeo.

Alla fine del live rimane addosso una sensazione particolare, difficile da definire con precisione. Non la semplice soddisfazione per aver assistito a un concerto riuscito, ma piuttosto la percezione di aver attraversato qualcosa di sottilmente irripetibile, nato e consumato nello spazio di una sola sera. Un’esperienza sonora libera, radicale e insieme sorprendentemente comunicativa, capace di ricordare quanto l’improvvisazione, quando incontra musicisti di questo livello, possa ancora essere un territorio di scoperta autentica.

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